Stefano through the years.
Gli inizi - Stefano e l’antiproibizionismo

Collega stimato di Eliot Ness, Stefano aiutò lo Stato d’America a catturare Al Capone. Integerrimo sul lavoro, al Dipartimento del Tesoro, tradiva vizietti tra le mura domestiche, il più eclatante dei quali fu scoperto solo molti anni dopo la sua pensione: in cantina, dietro quintalate di giornali d’epoca, una vecchia caldaia a carbone degli inizi del secolo e un paraurti ammaccato di una Mustang rubata, furono rinvenuti da un’ispezione edile 1500 album pornografici e l’equivalente di 11mila dollari di bottiglie di whiskey invecchiato. Le pagine degli album pornografici presentavano orecchie sui bordi, le bottiglie di whiskey erano vuote. La notizia si diffuse sui giornali in un battibaleno e fu lui stesso a spiegare l’accaduto ai cronisti che lo assediarono durante una battuta di pesca: “Il porno e l’alcol sono come questa spigola - disse agli astanti coi suoi occhi di ghiaccio, brandendo in mano un grosso pesce ancora sguazzante - nient’altro che nutrimento per questo vecchio corpo. E qualcosa da fare la domenica pomeriggio”. A chi gli domandò perché allora avesse lottato al fianco del proibizionismo per tutti quegli anni, Stefano rispose nuovamente brandendo il suo pesce: “Abbiamo tutti un mutuo da pagare”.
1952 - Stefano e la pubblicità

Quando entrò per la prima volta, agli inizi degli anni Cinquanta, nello studio “Heather & Robinson”, come apprendista artista creativo, non ci fu una sola segretaria dell’ampia camerata che non si girò a guardarlo. “Finalmente si rivede qualcuno con dei capelli in testa…”, disse Heather Crosby all’amica Nancy quella sera stessa, dopo il secondo Martini. Nel giro due tre anni diventò art director, poi passò ad avere un ufficio tutto suo con la qualifica di editor, infine accettò la nomina a socio, dando così il “la” alla propria rovina ma questa è una storia che non verrà raccontata. Celeberrime rimasero le sue campagne pubblicitarie per le Marlboro (il famosissimo cow boy che entrò nelle case e nell’immaginario di più di 200 milioni di fumatori era suo cugino di sangue), per le prime pillole anticoncezionali e per la linea d’abbigliamento Lacoste. (il coccodrillo verde fu una sua invenzione) Heather Crosby fu la prima ad avvicinarlo: le regole aziendali in fatto di abbigliamento e rapporti interpersonali erano ferree. I dipendenti non potevano copulare tra loro, né uscire insieme, tantomeno stringere rapporti di qualsiasi tipo. Le ragazze non dovevano portare scarpe col tacco o gonne. Lo smalto era proibito. In queste condizioni il sesso diventava l’ultimo pensiero nella mente di tutti. Heather aspettò che Stefano ottenesse il suo ufficio privato - ben tre anni a guardarlo e a salutarlo, senza mai eccedere - e una mattina gli sfiorò una mano consegnandoli un plico. Si era spruzzata addosso una quantità inverosimile di profumo: il profumo non era proibito. Nessuno ci aveva mai pensato. Stefano la fece licenziare in tronco, ma dopo le lacrime ci fu il matrimonio. Nelle pagine finali della sua autobiografia si legge: “Non ho mai amato Heather. Nemmeno in abito nuziale la trovai bella. Negli anni seguenti feci moltissime volte sesso, quasi mai con lei. Ciò che ci ha tenuti uniti per tanto tempo ha un solo nome e questo nome è: pubblicità. Un uomo come me non può permettersi un divorzio. Un uomo come me non può permettersi che la gente pensi che si sia sbagliato. Un uomo come me non sbaglia”. Subì un tentativo di assassinio alla fine degli anni ‘70 da parte di un fumatore accanito di Marlboro rosse ammalato terminalmente di cancro ai polmoni. Rifiutò l’anestesia, durante l’estrazione delle due pallottole, come i grandi Capi di Stato da cui tutto dipende. Attualmente gode di una pensione di invalidità.
1956 - Stefano e la fotografia

Diane Arbus si ispirò a lui per la fotografia delle celeberrime gemelline. Fu Stefano a dirle, una sera davanti al Ponte di Verrazzano, a Manhattan: “Hai mai provato a fare foto che creino disagio?”. Fu una rivelazione per lei. Certe voci assicurano che tra lui e Diane ci fu una intensissima storia d’amore e di sesso, soprattutto di sesso, rovinata dalle abitutini poco consone di lei che, per esempio, rifiutava la depilazione e qualsiasi concessione alla femminilità. “Ma a letto è stravagante ben più dei suoi scatti”, disse Stefano al suo amico e collega Richard Avedon, in camera oscura. Stefano divenne molto geloso del successo della sua amica e amante, al punto che quando le opere di lei vennero esposte al Moma, lui si presentò completamente ubriaco e trasandato, in modo che nessuno lo riconoscesse, (aveva già molti sostenitori nel campo della fotografia) e tirò su una piazzata che i giornali, il giorno dopo, definirono “Più rumorosa del crollo della Borsa”. Diane scoppiò in lacrime e lanciò in terra la sua Leica. Sopo pochi anni dopo si suicidò: le malelingue affermano che fu proprio colpa di Stefano se lei ebbe un tale tracollo emotivo. Oggi, a 88 anni suonati, si è trasferito a Venezia dove vende piccole fotografie ai bambini circondati dai piccioni di Piazza San Marco. Se qualcuno lo indica, non è più per celebrità, ma perché assomiglia teneramente al nonno che tutti sognamo di avere. Con quella lunghissima barba bianca e sporca. Alla fine anche lui ha smesso di tagliarsi i peli superflui, come la sua amatissima creatura che prima plasmò e poi contribuì a distruggere, com’è proprio di tutti gli artisti.
1970 - Stefano e i tempi della depressione

Allora un giorno, senza preavviso, arrivò la depressione. “Colpa di Isabel Revoir - raccontò un amico fidato - Stefano si accorse che non avrebbe mai potuto averla, non con quei fondi di bottiglia come occhiali, e si perse in poco tempo”. Isabel era la titolare di una biblioteca dove Stefano soleva passare al tempo quasi tutti i pomeriggio della sua vita, dopo l’orario d’ufficio. Il lavoro al catasto non lo soddisfava: sentiva di buttare via la propria vita giorno dopo giorno, dentro uno spazio angusto da cui era bandita la creatività. Così si appassionò alla letteratura, l’unica via di fuga da un’esistenza fatta di orari al cartoccio e scadenze affumicate. Isabelle Allende, Emily Bronte, Sylvia Plath, Mary Shelley, Natalia Ginzburg, Elsa Morante, Emily Dickinson: Stefano leggeva solo romanzi e poesie di grandi scrittrici. Donne. Credeva che così facendo avrebbe imparato a comprendere il meccanismo misterioso dietro ciascun essere umano di sesso femminile. D’altronde, al tempo, Stefano stava per compiere 40 anni e non aveva ancora mai avuto un rapporto carnale con una donna, fatta eccezione per un disastroso tentativo con una prostituta siciliana, che s’era concluso con una eiaculatio precox quando ancora entrambi erano avvolti dai vestiti. Perciò “leggere” le donne, lui pensava, avrebbe potuto aiutarlo nell’impresa di capirle, ancor prima di possederle. L’accento francese, di Isabel, le unghie curate delle mani, quelle smaltate dei piedi, gli orli delle sue gonne d’organza che le sfioravano i ginocchi, la pelle consumata dei gomiti che tradiva le ore di lettura, gli occhiali leggeri perennemente calati sulla punta del naso, i capelli nerissimi sempre raccolti in una crocchia e gli occhi come due puntini d’inchiostro, tutto questo, unito a carnosissime labbra rosa, fu sufficiente a Stefano, che si sarebbe accontantetato di molto meno, per desiderarla. Il suo primo approccio fu disastroso: balbettò tutto il tempo e Isabel dovette chiedergli di ripetere molte delle parole che lui provò a pronunciare. Il giorno che si presentò in biblioteca con una scatola di cioccolatini all’anice, al suo posto ci trovò una sostituta: “La signorina Revoir è incinta”, si affrettò a spiegare. Stefano divorò i cioccolatini e quella fu la depressione. (nonché il giorno in cui comprese di aver bisogno di una nuova visita oculistica)
1976 - Stefano il gigolò

Tutto cominciò con un complimento: “Non disdegnerei di pagare per venire a letto con te”. Luogo: Hotel “La Pergola” a Positano. Stefano aveva appena terminato un corso di galateo tenuto dal principe Ruspoli a Roma e aveva deciso di provare la sorte in costiera amalfitana, dove, si diceva, c’era al tempo un gran bisogno di autentici signori di classe in grado di rendere più frizzante e piacevole l’atmosfera delle eleganti, ma un po’ tetre, hall dei grandi alberghi. Nel giro di due anni divenne il migliore, il più richiesto, ma fu quel primo complimento, quella forte sbandata verso l’adulazione, che lo convinse a provare. Si dice che in 25 anni di onorata carriera siano state più di quattromila le donne sotto i 45 anni che gli abbiano lasciato del denaro sul comodino. Donne che venivano viste uscire di corsa dagli alberghi coi capelli più ricci e arruffati di quando erano arrivate. Le gonne che all’andata portavano la chiusura lampo sul fianco sinistro, al ritorno ce l’avevano dalla parte opposta. A dirgli così era stata la contessa Marysol D’Oltralpe, nota imprenditrice italo-spagnola. Gran parte dell’industria dell’entertaiment iberica recava il suo cognome lungo le linee tratteggiate dei contratti d’acquisto o cessione. Si vociferava che giunta a 40 anni non avesse mai baciato un uomo: sesso sì. Tanto e variegato. Ma un bacio, la contessa Marysol non l’aveva mai elargito, perché, diceva: “Le labbra di un uomo sono impregnate delle sue bugie”. Nessuno seppe come andò in quella camera da letto: l’unica cosa certa è che la mattina successiva a quel complimento, la contessa Marysol D’Oltralpe lasciò la costiera amalfitana e nessuno la rivide mai più. La leggenda vuole che a coito avvenuto, l’algida donna si fosse lasciata sfuggire una dichiarazione d’amore e che Stefano l’avesse ripresa con una sonora risata, rifiutando il suo denaro. Oggigiorno è possibile incontrarlo nel suo ristorante sulla collina dei Camaldoli, il rilievo più alto di Napoli: gli rimane poco del fascino di un tempo, fatta eccezione per le mani robuste, l’eloquenza antica, e i dolcevita di marca. Tuttavia certa gente è disposta a fare i chilometri per sentirlo raccontare delle sue gesta erotiche con le donne famose d’un tempo e quelle sconosciute. A un settimanale rosa ha rivelato: “Ormai il sesso è un ricordo. Troppo ne ho consumato nella mia lunga vita e ormai anche quello, come le donne, non ha più granché da dirmi”. Pupi Avati sta girando un film sulla sua vita con Claudio Santamaria nel ruolo del protagonista.
1986 - Stefano ci prova col cinema

Qualcuno fuori da un cinema gli disse: “Hai la faccia che buca”. Stefano non riuscì più a levarsi quella frase dalla testa e due mesi dopo fece il suo primo provino per una produzione belga: ottenne la parte in quattro e quattrotto. Un addomesticatore di cani poliziotto che finiva tagliato in due da un motoscafo durante un inseguimento con dei narcotrafficanti eritrei. Il regista, un ex tossicodipendente ossessionato dalle cinte di cuoio, si complimentò vivamente perché aveva risolto la sua parte in un solo ciak. Per Stefano fu un segnale decisivo, nonostante il regista in questione, rivolgendosi a lui, lo avesse chiamato “Umberto”. Purtroppo il suo sogno di lavorare con Tarantino (era ossessionato da John Travolta, al punto di vestirsi e pettinarsi come lui) si infranse contro la lingua inglese. Per quanti corsi fece e scuole frequentò, l’inglese di Stefano non andò mai oltre il “Goodmorning” e “Thank You”: la cosa lo impossibilitò ferocemente con l’Actor’s Studio. Provò con il Letterman Show, ma la sicurezza lo fece rotolare fuori dalla porta e lui si ritrovò a meditare sulle proprie punte dei piedi camminando per Broadway senza un nesso logico. Lo salvò un Mac Donald’s lungo la Madison Avenue che assumeva personale. I nomi dei panini si dicono allo stesso modo in tutto il mondo. Rincorre ancora il sogno del cinema americano: recentemente ha fatto da comparsa in un video di Lionel Richie.
2000 - Stefano e quei chili di troppo

“E’ tutta colpa di Maria De Filippi. La ucciderò”. Furono le prime parole che Stefano disse sul lettino dello psicanalista, uno specialista con l’alito rancido che ad ogni seduta si succhiava 135 euro e due pacchetti di Mentos. Con l’ossessione di diventare un tronista della nota trasmissione televisiva, Stefano disse addio ai suoi sogni di gloria. I continui rifiuti da parte della redazione lo indussero a circondarsi di cibo. “Se non mi vogliono per il mio aspetto, mi vorranno per la mia intelligenza”. Così riprovò la trafila: lunghissime code di adoloscenti in calore, pericolosamente deficitari di cerebro e autostima, sotto il sole, ad orari impensabili, con l’unica certezza di un numero crescente stampato a caratteri cubitali sopra un foglio plastificato con il logo della trasmissione. In 12 mesi era riuscito nell’impresa improba di accumulare 45 chilogrammi. La cosa gli era costata 24mila euro e un esaurimento nervoso causato dalla non accettazione di se stesso. Così tolse tutti gli specchi e le vecchie fotografie: dentro quelle cornici si agitava, insopportabile, una figura snella con i muscoli torniti, a proprio agio su spiagge luminose e in compagnia di ragazze superficiali. Non era rimasto nulla di quella persona, seppure il suo peso specifico fosse triplicato. Quando arrivò davanti alla redazione per il provino, tutti si fecero silenti, molti se ne andarono. Fu scartato con estrema gentilezza. Troppa gentilezza. Dove lo accolsero con la giusta considerazione, invece, fu il comando di polizia di Cinecittà. Una denuncia per devastazione e atti osceni. Maria De Filippi non aveva gradito il suo fondoschiena nudo mostrato con voracità, tantomeno la rottura di dodici lampade alogene, quattro soppalchi, e un mixer. Non finì dentro, ma dovette sottoporsi alle cure del caso. “La ucciderò”, continuò a dire allo specialista da 135 euro e alla sua Mont Blanc che trasformava in inchiostro, scorrendo imperterrita, i suoi pensieri da ciccione frustrato. Una mattina prese coraggio: “Le nostre sedute si chiudono qui. Ha finito di spillarmi soldi, PEZZO DI MERDA!”. Sulla porta, un momento prima di uscire, aggiunse: “Vado in America a cercare fortuna”. Infine si rivolse alla segretaria che guardava allibita: “This is the end….”. E uscì salutando con un’immortale scorreggia al chili. Morì nell’attentato al World Trade Center del settembre 2001: qualcuno afferma che il suo peso accelerò il crollo della Torre numero due. La storia della sua vita e, soprattutto, della sua morte, fu al centro della puntata del 3 marzo 2002 di “C’è Posta per Te” con un pazzesco share del 63.7%.
_FINE_
Personaggi e interpreti:
Stefano Havana | Eliot Ness | Al Capone |
Quentin Tarantino | John Travolta | David Letterman |
Maria De Filippi
Costumi:
yearbookyourself
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Sceneggiata all’italiana.
Qualche carrozza di un vecchio treno distrutta e 60 mila euro di danni ai fatiscenti pullman dell‘Atac. Io, alla vigilia di Roma-Napoli, ci avrei messo la firma. Perché secondo me domenica non è successo proprio niente, soprattutto se penso a quello che poteva succedere. In questa prima settimana di settembre l’italietta dei mestieranti si è scatenata. E a leggere le dichiarazioni e le decisioni che si sono susseguite in queste ore, c’è solo da ridere. Il Ministro dell’Interno Maroni ha deciso che le trasferte dei tifosi del Napoli sono già finite. Decisione che ci può anche stare, ma se si considera che nella scorsa stagione le partite esterne vietate ai partenopei furono 9 sulle 19 previste, non si tratta certo di una novità. La novità invece è stata quella di vendere i biglietti per la trasferta di Roma, cosa invece vietata lo scorso anno. Cosa è successo allora in meno dodici mesi? Le due tifoserie - tra le più violente in Italia - si sono per caso di nuovo gemellate come negli anni Ottanta? Tutt’altro: perché a maggio romanisti e napoletani vennero a contatto in un autogrill a Montepulciano (ricorderete le immagini dell’assalto al pullman riprese da una telecamera fissa) e nelle prime uscite stagionali delle due squadre, con il Panionios al San Paolo i partenopei e a San Siro i romanisti in Supercoppa, le frange più estreme del tifo se le sono promesse con tanto di striscioni piuttosto espliciti. Dov’è allora il lavoro di intelligence? E soprattutto come è possibile che la scorsa settimana c’erano i presupposti per la trasferta, mentre solo da 24 ore il capo della Polizia Antonio Manganelli parla di camorra coinvolta negli scontri? Tutto questo è semplicemente ridicolo, anche perché scontri, nel vero senso della parola (o di quelli che siamo abituati a vedere negli stadi), non ce ne sono stati. E’ bene sottolineare che a dare il via libera alla trasferta dei napoletani è stato il Casms (comitato di analisi per la sicurezza delle manifestazioni sportive), un organo insediato a Ferragosto proprio da Maroni.
Alla vigilia della settimana i gruppi partenopei avevano invitato tutti i tifosi del Napoli a raggiungere Roma solamente con il treno, proprio per evitare contatti con la tifoseria avversaria. Trenitalia, nonostante l’alto numero di biglietti venduti, non è riuscita a organizzare un convoglio adeguato, anzi per tutta risposta, attraverso un comunicato ufficiale, ha invitato i tifosi a raggiungere la Capitale con un mezzo alternativo: roba da non credere. E’ come se io avessi un carretto di gelati e invitassi con un cartello i clienti ad andare al bar perché non ho voglia di riempire coppette. A rimetterci il posto alla fine sarà probabilmente il nuovo questore di Napoli, Antonino Puglisi, forse caduto in una trappola politica. Indimenticabili le dichiarazioni di Ignazio La Russa, il ministro della Difesa (mica uno qualunque), che prima ha parlato di “legami con la camorra come alibi per gli incompetenti” per poi rimangiarsi tutto quando ha saputo che a pronunciare quelle frasi era stato il Capo della Polizia. Da leggenda comunque il suo: “Non solo Daspo (il divieto di accedere alle manifestazioni sportive, ndn), a quei tifosi non farei vedere il calcio neanche in tv”. Fantastico, dovrebbe però pensare a dei moduli per chiedere la restituzione dei soldi del canone Rai. Da mettere nell’archivio delle parole memorabili anche il nuovo slogan di Veltroni, coniato solo due giorni fa e già scaduto: “Forti con gli immigrati che non votano, deboli con gli ultras violenti che votano”. Proprio due giorni fa, infatti, Fini ha accolto la sua proposta di concedere il voto amministrativo ai cittadini immigrati. Ora ci lavoreranno insieme. L’ultima è per Maroni, imbufalito con la magistratura per le scarcerazioni facili degli ultrà il giorno successivo alla partita. Una tra le sei persone rilasciate era stata fermata per resistenza a pubblico ufficiale, lo stesso reato per il quale il Ministro dell’Interno è stato condannato dalla Cassazione a 4 anni e 2 mesi. Insomma, Maroni si sarebbe messo dentro e avrebbe buttato la chiave.
Di seguito i video che i telegiornali ufficiali non hanno fatto vedere.
Nessuno scontro all’andata, nessuno scontro al ritorno; solo qualche manganello nervoso.
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Fuori dal tempo.
Se c’è una cosa della mia adolescenza che mi è rimasta nella mente, questa è la visita dei tre giorni per il militare. E la cosa che più mi è rimasta impressa, dei tre giorni (che poi sono due, non tre), è il questionario a cui ti fanno rispondere. Ci sono acune domande che fanno paura, senza voler esagerare. Sono domande alle quali bisognava rispondere “vero” o “falso”. “Talvolta molesto gli animali”. “Qualche volta la mia anima lascia il mio corpo”. Non sto scherzando, eh? Tutto vero. La domanda più famosa, che i fratelli maggiori tramandavano ai minori come se fosse il segreto dei Templari, era la famosa concatenazione “fiori/fioraio”. Dovevi stare attentissimo, perchè se sbagliavi quella, dicevano, ti rinchiudevano nel manicomio militare con i mitici pastori della Sila, quelli che secondo la leggenda avevano sbranato un sergente istruttore durante il C.A.R. a Udine, caserma Spaccamela. La concatenazione era la seguente. Ad un certo punto del questionario, con noncuranza, magari dopo averti chiesto se eri mai stato posseduto dagli spiriti maligni (domanda n. 24), o se una volta alla settimana ti sentivi improvvisamente tutto caldo senza alcuna ragione (n. 44), ti chiedevano a bruciapelo: “mi piace essere un fiorario”, vero o falso. Tu rispondevi e andavi avanti: “vero” se ti sarebbe piaciuto fare il fioraio (dice guadagnino un fottio), “falso” se non te ne poteva fregare di meno. Poi, dopo averti domandato se ogni tanto rimandavi a domani quello che potevi fare oggi (n. 77, non sto scherzando), o se vedevi intorno a te cose, persone o animali che gli altri non vedevano (96, tutto vero), ti chiedevano: “mi piace raccogliere fiori o coltivare piante in casa”. Ed eccoci arrivati al trappolone: dicevano i fratelli maggiori che se alla domanda di prima avevi risposto che non ti piaceva fare il fioraio e a questa rispondevi che ti sarebbe piaciuto coltivare fiori (o il contrario), andavi dritto dallo psicologo dell’esercito. Capito come funzionava?
- Ti piace fare il fiorario?
- No.
- Ah, ok, Neppure a me. Senti, ma du’ fiori, li coltiveresti, du’ fiori?
- Mah, du’ fiori, quasi quasi… ha’ voglia te! Poi li regalo alla mi’ mamma!
- Sì? Te allora non sei sano. Psicologo! Marsch! No-pì, no-pì, no-pì…
Capito come funzionava? ti coglievano in fallo e zac!, segnato a vita. E tutto questo magari perchè te, prima che andare a lavorare alla Piaggio avresti fatto di tutto, compreso vendere la merda alle mosche. Figuriamoci fare il fioraio (che secondo me è meglio che vendere la merda alle mosche)! L’avresti fatto al volo, il fioraio, anche se a te dei fiori, diciamolo, non te ne fregava una bella sega nulla. Ma loro, no, l’Esercito Italiano era lì per individuarti e segnalarti alla società. “Questo giovine qui vuol fare il fiorario nonostante dei fiori non giene cali alcunchè: lo si prenda, dunque, e lo si tragga in ceppi”.
Che, poi, a dirla tutta, sull’associazione “fiori/fioraio”, c’era anche qualche altro dubbio. Circolava la voce, infatti, che bastasse rispondere “vero” ad una sola di queste due domande per rimanere fregato.
- “Mi piace fare il fioraio”, vero falso.
- Vero.
- “Vero”?!?
- Eh, vero. Perchè, che ho detto?
- Marescia’, a questo ci piace fare il fiorario: è un FINOCCHIO!
Se tornavi dalla visita dei tre giorni con quella nomèa lì, la tua vita era segnata. Saresti dovuto emigrare in Scandinavia, perchè dalla mie parti vogliamo bene a tutti, ma non siamo ancora molto avanti per certe cose (purtroppo). Non so se rendo.
Ricordo ancora il mio amico Alessio. Ci giocavo insieme a pallone e avevamo fatto insieme la prima e la seconda superiore. Eravamo partiti insieme, una mattina d’estate, da Pontedera, col treno, diretti al distretto di Firenze. Ricordo il suo sorriso quando, dopo aver finito il questionario, fu prelevato da due militi dall’espressione spenta e dallo sguardo vuoto.
- Alessio, ‘ndo’ vai? Dove ti portano?
- Mah, dice mi devono fa’ qualche domanda sul questionario. Oh, bimbi, aspettatemi, ché tra poino torno, si va a fa’ colazione!
E sorrideva, Alessio. Sorrideva sempre. Non lo rividi più. Il giorno dopo, mentre eravamo tutti in fila, in mutande, aspettando che un tenente medico sudaticcio e con la barba ci tastasse i coglioni, la sua assenza non passò inosservata.
Io: Oh, ma Alessio? Ma ‘ndove cazzo è?
Aspirante alla leva X: Come, non la sai?
Io: Non lo sai che? Che gli è successo?
Asp. X: Deh… l’hanno mandato dallo psicologo, ioboia.
Io: No, dallo psicologo? Ma allora è matto? No, Alessio…
Asp. X: Eh, cosa ti devo di’? Pare che abbia sbagliato du’ o tre domande di troppo.
Io: Tipo?
Caporalmaggiore (urlando): Oh, sbarbati del cazzo! Muti dovete stare! Il primo che riparla gli rompo il culo!
Asp. X (sussurrando, con lo sguardo bassissimo): Dice che abbia sbagliato subito la prima.
Io: No, la prima? Ma qual’era, la prima?
Asp. X: Deh, qual’era… “ti piacciono le riviste di meccanica”?
Io: No…
Asp. X: Deh, no… sì. Ha risposto di no. Ti rendi conto?
Io: No, non ci credo. Ma via, Alessio proprio non ce lo vedo c’aveva anche il vespino con la Giannelli sotto e il giglè più grosso…
Asp. X: Eh, ma questo ‘un è niente. Dice che abbia detto “vero” alla domanda “a volte mi arrabbio”!
Io: Ma dai, te mi pigli in giro…
Asp. X: Te lo giuro! E fosse il male di questo! Ha risposto “vero” anche a “mi piace il teatro” e “qualche volta le barzellette sporche mi piacciono”! E ha risposto “falso” a “credo di essere pedinato” e “Se parecchie persone si trovano nei pasticci, la miglior cosa che possano fare è di mettersi d’accordo su una versione dei fatti e mantenerla in ogni caso”! Ti rendi conto? E’ sbroccato!
Io: Basta, stai zitto! Non dire altro!
Asp. X: Eh, non dire altro… abbiamo giocato a pallone con un pazzo, ti rendi conto? E lo sai qual è la cosa l’ha davvero fregato?
Io: No. Cosa?
Asp. X: Alla domanda “mi piacerebbe fare il soldato”…
Io: Eh…
Asp. X: Ha risposto falso…
Rimasi impietrito. Solo il caporalmaggiore, che mi urlò in un orecchio “cazzo fai, spina di merda, vai avanti che la fila scorre, rincoglionito” riuscì a scuotermi e a farmi percorrere quei pochi passi che mi separavano dalla mia patriottica e sacrosanta tastata di palle.
Io, poi, il militare non l’ho mai fatto. Mi riformarono per una spondeolistesi alla colonna vertebrale. Gli portai le lastre, ma non si fidarono. Me le rifecero loro, e la spondeolistesi c’era ancora (e ancora c’è), e allora mi riformarono. Comunque, anche se mi avesser preso, avrei fatto il servizio civile.
Ancora oggi, quando penso alla mia visita per il militare, mi vengono subito in mente quelle due mattine d’estate, quando eravamo poco più che bambini e si prese il treno che ci avrebbe portato a dover rispondere “falso” alla domanda “fantasmi o spiriti possono influenzare le persone sia nel bene che nel male”, o “vero” a “mi piace riparare le serrature”.
Se volete farvi un’idea di quali fossero le domande del quiz del militare, ne parlano in questa discussione su questo forum. C’è l’elenco intero. Non vi sto poi neppure a citare la canzone dei Bluvertigo, “Fuori dal tempo”, quella che dal questionario ha tratto profonda ispirazione. E’ abbastanza conosciuta. Sono contento di sapere che ai miei figli, se mai ne avrò, nessuno chiederà mai se, nel caso fossero pittori, piacerebbe loro disegnare dei fiori, verofalso.
P.S.
Al mio bar circola una leggenda. Pare che Alessio sia tornato, qualche anno fa. Sembra che qualcuno lo abbia rivisto, una mattina, per pochi minuti. E’ arrivato al bar, sorridendo, ed è entrato dentro come se niente fosse, come se non fossero 15 anni che nessuno lo vedeva più. Ha guardato tutti, in silenzio. Molti non lo hanno neppure riconosciuto, perchè era tutto scarmigliato. Poi, quando è sceso il gelo, ha detto: “Ho avuto esperienze molto strane e insolite. Vero”. Non volava una mosca. “Penso che la maggior parte delle persone mentirebbe per farsi strada nella vita. Vero”. I clienti del bar si sono guardati. “Alessio…” ha provato a dirgli uno, ma lui lo ha interrotto. “Quando ero bambino facevo parte di un gruppo di amici in cui si cercava di rimanere uniti di fronte a qualsiasi tipo di avversità. Falso.” Qualcuno ha iniziato a piangere, commosso. “Alessio, cosa ti hanno fatto?” ha chiesto il barista. Tutti lo guardavano. Molti si erano alzati ed erano rimasti impietriti, a bocca aperta. Nessuno aveva il coraggio di parlare. Poi il Luschi, un vecchietto che ci conosceva tutti e che quando s’era piccini c’ha preso un mucchio di volte a scapaccioni perchè si faceva casino quando loro giocavano a carte, ha trovato la forza d’animo per dirgli: “O bimbo, ma come stai? Che ti succede?”.
Io non ero presente, ma la sua risposta me l’hanno raccontata. Ancora oggi non so se crederci, tanto fu terribile. “Talvolta, quando sono imbarazzato, comincio a sudare e ciò mi dà molto fastidio. Vero”. Poi se n’è andato. E nessuno, davvero, lo ha mai più visto.
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Un buco nero è un buco nero.
Se è vero, come sembra, che il giorno 10 di settembre il mondo finirà, allora sarà meglio che mi sbrighi a finire questi sms gratis. Anche se, con la sfiga che mi ritrovo, vedrete se non sopravvivrò. Ultimo uomo sulla terra o una cosa simile. Altro che Will Smith. Altro che Richard Matheson. Non che da ultimo uomo sulla terra potrei farci alcunché di utile con gli sms gratis. Però, se non altro, potrei inviarli a numeri a caso per vedere se almeno qualcuno è sopravvissuto. Anche se non credo che qualcuno potrebbe sopravvivere a un’eventualità del genere. Mi hanno spiegato che non sarà come una pioggia acida o un grande terremoto, ecco, mi hanno spiegato che non sarà una questione antropocentrica, bensì terracentrica, o una cosa simile, e che quindi la faccenda dell’estinzione della razza umana non sarà uno spettacolo fantascientifico, tipo una catastrofe con esplosione, brandelli di carne e teschi che si polverizzano alla velocità della luce, ma proprio un fatto che riguarderà il mondo, la terra, la quale, non ho capito come, entrerà dentro un buco nero e buonanotte al secchio. Il problema è che qualcuno ci dovrebbe spiegare, giacché dobbiamo crepare tutti, di che morte è che moriremo tutti. Perché, non so voi, ma io non me la riesco proprio a immaginare una morte per buco nero. Al di là delle facili battute, come si configura una morte per buco nero? Voglio dire: fisicamente, visivamente, meccanicamente, cosa ci succederà? Mi hanno spiegato che, almeno in teoria, il tempo si fermerà. E allora? Perché mai dovremmo morire per una cosa simile? A parte il fatto che sarebbe un problema per le partite di calcio, a noi esseri umani cosa comporterebbe? D’accordo, noi esseri umani non c’entriamo niente. E’ la terra che sarà annientata e bla bla bla, anche se “annientare”, a quanto ho capito, non è il termine giusto. Ma allora cosa? Io sono riuscito a pensare solo che il 10 settembre, ultimo giorno previsto della terra, sarà PRIMA del prossimo turno di campionato e che, per questo, davvero dovesse finire ogni cosa, la Lazio sarà matematicamente campione d’Italia, visto che al momento è prima in classifica. Perciò, tutto questo, unitamente al fatto che verrebbero spazzati via anche i notai, le guardie, i militari, i suv, i negroni sbagliati, i terrificanti mojitos di “Freni e Frizioni”, le ragazze grasse, i ragazzi depilati, gli ingorghi stradali, la pasta scotta, i pantaloni di lino bianchi, gli stabilimenti fighetti di Fregene dove si applaude al tramonto mangiando sushi e birra analcolica, i politici, i film di Muccino, le banche, i tassisti, Gigi D’Alessio, Massimo Ambrosini, Barbara D’Urso, i bonghisti di Piazza Trilussa appollaiati per terra, Vladimir Luxuria, i deejay milanesi delle radio gggiovani, gli yachts in terza fila a Porto Cervo, gli usurai russi che si stanno comprando tre quarti dell’Italia, Michele Serra, i perbenisti di sinistra che puntano il dito dai loro attici minimalisti, le cravatte a pois e l’infradito, tutto questo dicevo, cioè la Lazio campione d’Italia honoris causa, e l’eliminazione degli elementi nell’elenco di cui sopra, mi pare che stia a testimoniare come i vantaggi dati dall’imminente fine della razza umana siano superiori rispetto agli svantaggi. Infatti non è questo. Il problema è che vorrei capire com’è che si profila la morte per buco nero. Tutti questi paroloni, questi concetti sul congelamento del tempo, sulla fine terracentrica e vattelapesca, non riescono ad innescare nessuna immagine nella mia testa, se non una qualunque di quelle proprie dei film di fantascienza di George Lucas. Silenziose implosioni in luce accecante, su letto di detriti atmosferici con contorno di nubi tossiche e spargimenti radioattivi. Invece, mi dicono, lo scenario sarà tutt’altro. Come dobbiamo vestirci, insomma? Vanno bene le scarpe da ginnastica? C’è un qualche posto in cui sarebbe meglio stare, piuttosto che un altro? Se arriva uno tsunami, si sa quello che si deve fare: uno prende e fila veloce sulla collina più alta. Semmai si arrotola i jeans. E’ normale. Più sei in alto, più è difficile che l’acqua possa raggiungerti. A Puket tutti gli animali lo fecero e infatti a morire furono soprattutto gli esseri umani. Ma noialtri cos’è che dovremmo fare? Non dico per salvarci la pelle, ché, a quanto ho capito, è proprio inutile anche solo starci a pensare; ma quantomeno per farci trovare pronti, orgogliosi, hai visto mai che insieme al buco nero arrivino anche gambe snelle e decolleté? Uno mica le può sapere certe cose. Non so, non sono un esperto, ma immagino che finora nessuno, o quasi, sia morto per buco nero. (Tranne qualche pornodivo, ma a distanza di anni, e comunque in quel caso si chiama Aids) Chi mai, tra di noi, può vantare qualche amico, parente, amico di amici, che sia incappato in una tragica morte per buco nero? Si faccia avanti, se c’è. Io dico che non c’è. E, comunque, anche se ci fosse, non mi pare ipotizzabile che sia tornato a raccontarlo. Un buco nero è un buco nero. In genere i buchi neri sono incazzati a bestia, soprattutto se sull’agenda hanno scritto che devono inglobare un pianetino simpatico e complesso come la Terra. Conosco gente che si fa rodere il culo se deve srotolare l’amaca, figuriamoci annientare un pezzo del sistema solare. Per fortuna che io il 10 settembre lavoro, quindi non ci sarò a godermi lo spettacolo. Se non altro dovrei tornare in tempo.
Il Divo.

“Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili”
Osip Mandel’štam
C’è un uomo, ripiegato sulla scrivania. Spilloni gli circondano la testa, rimedi cinesi che affiorano dalla penombra come lunghi ed affilati puntelli per arginare l’emicrania. Quell’uomo è Andreotti. Questo film è Il Divo. Quell’emicrania è il potere.
Era ora. Era ora di finirla con lanuginose introspezioni ombelicali di un paese allo sfacelo. Era ora di affontrare la causa prima e definitiva dell’agonia di una nazione: la natura assoluta, putrida, estasiante, esaltante, violenta ed assurda del Potere.
Todo Modo
Le radici cinematografiche de “Il Divo” affondano indubbiamente nel filone storico-politico degli anni Sessanta e Settanta, su tutti Francesco Rosi ed Elio Petri. Dal primo Sorrentino eredita sicuramente la passione civile che anima questo modo di fare cinema, mentre dal secondo la cifra grottesca che rende possibile la denuncia radicale ed il ripudio totale del potere.
Ma non solo. In un certo senso, Il Divo è l’estrinsecazione cinematografica di un modo di fare letteratura che ha in “Petrolio” di Pasolini la prima pietra di paragone e che arriva ai giorni nostri grazie ad “American Tabloid” di Ellroy e a “Romanzo criminale” di De Cataldo. Ovvero: la creazione di un’infrastruttura narrativa tale da integrare i buchi neri che costellano il mistero del potere, il tentativo estremo di appianare il deficit cognitivo di una realtà viscida e sfuggente, per sua natura inafferrabile ed indecifrabile mediante gli abituali strumenti cronachistici e storici.
Non è corretto, del resto, parlare di rinascita del cinema civile, di rinvigorimento del filone. Qua siamo di fronte ad una evoluzione del genere. L’acquisita consapevolezza del mezzo cinematografico unisce ed amalgama perfettamente l’urgenza della denuncia alla ricercatezza dello stile: una ricercatezza non fine a se stessa, ma funzionale alla narrazione. Se in “Gomorra” la drammaticità della realtà campana viene trascinata di peso sullo schermo, immettendola così nell’immaginario collettivo, ne “Il Divo” l’approccio è diametralmente opposto: trattando della natura occulta del potere, il rigore documentale (tributo ad un altro esponente del cinema civile, Giuseppe Ferrara) deve per forza convergere nell’invenzione, nella spettacolarizzazione.
La prima lettera dell’alfabeto
Andreotti è la figura che incarna tuttora l’enigmaticità del potere assoluto e vincolato solo da e a se stesso. Un vincolo puerile, appunto, fatto di ironia (”la migliore arma per non morire“) e di regole costantemente rinegoziabili. Di capricci, quasi. Ma anche di sangue, della lunga scia di morte e devastazione che ha accompagnato tutta la carriera politica del Divo Giulio. Stragi, strategia della tensione, massoneria eversiva, omicidi eccellenti, terrorismo, sequestri irrisolti, inquietanti contiguità mafiose: una carrellata di compromessi inevitabili che travolge lo spettatore sin dalla sequenza iniziale (che ha “Toop Toop” dei Cassius come trascinante accompagnamento sonoro).
Tempo fa Massimo Fini scriveva: “In un qualsiasi altro Paese d’Europa Giulio Andreotti sarebbe stato un grande statista. Da noi invece la sua statura politica è stata dimezzata dai rapporti ambigui e compromissori che ha dovuto tenere con la mafia. Del resto questo è il destino di ogni democrazia che essendo una somma di oligarchie, politiche ed economiche, e quindi un potere debole deve scendere a patti con ogni altro potere forte, anche se criminale”.
E’ quello che, in pratica, Sorrentino fa dire ad uno trasfigurato Servillo - che magistralmente si cala nei panni di Andreotti (evidente il riferimento alla maschera di Moro interpretata da Gian Maria Volontè in “Todo Modo”) - nel nucleo onirico del film, quello della confessione: è necessario fare del male per fare del bene; è necessario destabilizzare per stabilizzare - meglio, per sopravvivere. “E’ meglio tirare a campare che tirare le cuoia”: questo è il vero credo politico e di vita della prima lettera dell’alfabeto.
Per il resto, la figura che emerge dal film è quella di un uomo complesso ma monolitico, indecifrabile ed ermetico, completamente dedito al potere ed alla sua perpetuazione eterna, al di là del bene e del male. Un uomo solo, isolato, costantemente inseguito dal fantasma di Aldo Moro, il collega e amico lasciato morire in nome di uno Stato che mai Andreotti e la Democrazia Cristiana hanno rappresentato e che nemmeno lontanamente potevano rappresentare.

Un fatto che è magnificamente raffigurato dalla presentazione della corrente andreottiana della DC: una lunga sequenza in slow motion, le auto blu che scaricano dal loro ventre politici, affaristi e cardinali, l’inquietante fischiettìo (la lusinga ed il richiamo irresistibile del potere) che accompagna progressivamente l’ingresso in scena dei fedeli andreottiani. Una famiglia politica necessariamente inquinata: usando le parole di Andreotti, “per far crescere un albero serve il concime”.
Caro Divo ti prescrivo
Il film si occupa principalmente (anche se numerosi sono i flashback) dei primi anni Novanta: si va dalla nascita del settimo ed ultimo governo Andreotti e si arriva sino all’inizio del processo per mafia. La scelta è oculatissima. Lo stesso Sorrentino ha detto: “Ciò che accadeva fino al 1989 veniva giustificato con la ragion di Stato della Guerra fredda. Dopo, la natura occulta del potere non s’è più minimamente giustificata, invece s’è accentuata”.
Mani Pulite, con tutto quello che ne è conseguito, ha spazzato via una classe politica corrotta, sepolta dal peso immane delle tangenti, delle malversazioni e dei ricatti. Ma non solo: ha quasi sospinto Andreotti sull’orlo del precipizio. Nemmeno all’epoca del sequestro Moro la caduta era stata così vicina. I processi di Perugia e di Palermo hanno infatti permesso di scavare in profondità nella vita del Divo Giulio, cioè nei meandri più reconditi del potere. Ma neppure in questa occasione è successo nulla. Le istituzioni hanno rigettato la colpevolezza per il semplice motivo che il potere non può condannare se stesso. Il potere non può permettersi il proprio declino.
L’assoluzione per l’omicidio di Pecorelli e la prescrizione per le accuse di mafia sono state, infatti, le uniche due soluzioni praticabili per uscire dai processi. L’unico modo in cui il potere ha potuto assolvere se stesso. Un potere che è dovuto scendere per ragioni sociali, politiche e storiche a transazioni inconfessabili per conservare e mantenere vivo, o quantomeno per far apparire vivo, lo Stato di diritto, in un senso che possiede pienamente la sua forza e la sua logica intrinseca.
Sorrentino ha suggestivamente chiuso il film sull’immagine di Andreotti assiso al banco degli imputati, scolpendo sulla pellicola l’unico e ultimo momento in cui si è visto il Divo potenzialmente inchiodato alle sue responsabilità. Uno splendido quadro visivo in cui rieccheggiano, tragicamente maestose, le parole di Aldo Moro: “Lei uscirà dalla Storia e passerà alla triste cronaca che le si addice” - capovolte, però. Andreotti uscirà dalla triste cronaca che gli si addice e passerà, molto probabilmente, alla storia.
Il Divo è cattivo. Il Divo è maligno. Il Divo è una mascalzonata. Il Divo è un film necessario.
Il solito furbo.
Ho sentito in macchina quella canzone di Max Gazzè. La danno spesso. Parla di un tizio che va a una festa, vede una che gli piace, allora le chiede il numero di telefono, lei evidentemente glielo dà, il numero, quindi la festa finisce, tutti vanno a casa propria, dopo di che lui prende e la chiama, chiama quella della festa, quella che gli ha dato il numero poco prima, e appena dice “pronto”, lui, Max Gazzè attacca: “Ciao, sono quello che hai incontrato alla festa…“. Eccetera eccetera. Mentre la sentivo ho pensato a varie cose. La prima, scontata, è che è una canzone di merda. Un’altra cosa che ho pensato è stata: cazzo, Max, bel tipo che sei. Conosci una a una festa, la chiami subito dopo, quella ti risponde e tu che fai?, ti presenti, le fai capire chi sei, e poi le dici guarda, stai tranquilla, ti sto chiamando perché, sì insomma, perché mi sei piaciuta proprio, non perché ti voglia scopare. Non a caso la canzone si intitola “Il solito sesso”. Il solito. Sesso. Il solito! Max Gazzè, al telefono, alla tipa della festa, che gli ha dato il numero, a Max Gazzè, prima di andarsene via, si preoccupa di far capire che non la vuole rivedere per fare “il solito sesso”, no, come se questo “solito sesso” fosse una roba da gerarchi nazisti, o vattelapesca, come se tutti quanti noi, che semmai vediamo una a una festa e facciamo di tutto per conoscerla, e poi la chiamiamo perché siamo interessati alla sua persona, fossimo nel torto quando ci mettiamo a immaginarcela ignuda o in hot pants. Ecco cosa fa Max Gazzè: ci giudica. Si leva dalla mischia e dice, alla tipa al telefono, che magari stava pure dormendo: ciao, sono quello che hai incontrato alla festa, bla bla bla, palle palle palle, guarda, io non sono come gli altri, io non ti sto chiamando perché ti voglio scopare, ma perché sono uno diverso, sono uno che davanti a un film porno fa caso alla recitazione e ai costumi, non certo ad altro, sono uno, io, che mentre tutti bestemmiano nel traffico, guarda la luna e ringrazia la globalizzazione e gli orari d’ufficio per avergli dato quella possibilità inattesa. Ecco chi sono io, dice Max Gazzè alla malcapitata al telefono, sono sì quello che hai incontrato alla festa, ma non sono come tutti gli altri, che semmai ti facevano le radiografie immaginandoti in sella a un cavallo bianco, io sono Max Gazzè e sono diverso: io ti immaginavo intenta a scoprire la cura definitiva al male del secolo. Il solito sesso, no, a me proprio non mi interessa. Io sono oltre. Io ho la mia chitarra e guardami, eccomi qua, ti telefono in barba a tempistiche d’approccio e corteggiamento e ti dico quello che c’è da dire, anzi ti dico quello che nessun uomo ti ha mai detto e cioè che il solito sesso non mi interessa, quello che voglio io è la tua anima, ammesso e non concesso. Ora, certamente, in un mondo come si deve, la tizia della festa, a Max Gazzè che le dice così al telefono, senza manco aspettare che sia passato un pomeriggio, lo mandarebbe a cagare con la velocità di uno ione: ti dò il numero di telefono a una festa, cristo santo, almeno chiavami come dio comanda e fammi passare una notte divertente. Mi sono messa anche delle scomodissime decolleté per arrivare a tale obiettivo. Un po’ di rispetto. Invece no, lui, Max Gazzè, è uno diverso, è uno a cui il solito sesso non interessa, a lui piace l’anima delle ragazze, non il culo; perciò in un mondo come si deve, io sono certo che è così che andrebbe e la ragazza della festa gli chiuderebbe il telefono in faccia disperdendogli quell’espressione da bravo ragazzo del cazzo, lasciandolo con quella cornetta in mano alla sua pallida esistenza fatta di pippe. Invece, ed è questo che mi manda in bestia, ho idea che la ragazza della festa si faccia convincere, si pieghi, si sottometta all’idea insopportabile che pensare al sesso, guardando una bella donna, sia sbagliato, sia volgare, sia inelegante, sia così tipicamente da maschio medio che uno, appena minimamente attento, ne prenderebbe subito le distanze. Immaginare questi due che scopano, perché scoperanno, nonostante lui si sia riempito la bocca di tutte quelle stronzate, mi fa venire quasi quasi voglia di fare il tifo per Jovanotti.
Sharon Stone.
Ieri mattina era più presto del solito. Mi sono messo a pulire la cucina. Ho preso il giornale dallo zerbino e sono rimasto un momento con metà busto fuori sul pianerottolo. I rumori di quelli come noi. Che vivono e si svegliano. Tirano su le persiane. Ho sentito questi rumori. Televisori. Vociare. Tacchi e mocassini. Poi sono rientrato in salone col giornale in mano. C’era il sole. Era mattina. Era presto. Sono andato in cucina. L’ho pulita. Ho messo a fare il caffè. Mentre il caffè si faceva, ho sfogliato il giornale. Ho alzato la testa. Ho guardato fuori. Mi sono sentito parte di un rituale. In balcone le foglie di basilico erano mosse dal vento. Mi sono messo a pensare a tutte le foglie di basilico del mondo, che aspettavano di venire strappate via e aggiunte al sugo. La caffettiera ha fischiato e ho spento il gas. Ho aspettato qualche secondo. C’era questo grande silenzio. Ho versato il caffè nella tazzina, una bella tazzina argentata griffata Ikea. Mi sono seduto. Ho sfogliato altre due pagine del giornale e soffiavo sul caffè nella tazzina. Barack Obama sparato da tutte le parti. Alitalia. Ho pensato al mondo. Ecco cosa ho fatto. Ho pensato al mondo. Mi sono chiesto se tutto quello fosse già stato previsto. Quel soffiare sulla tazzina, quel silenzio. Le foglie di basilico. Mi sono chiesto se non fosse tutto parte di un ingranaggio. Ho detto: adesso mi alzo e, come niente, mi metto a preparare il pranzo. Non lo so, una cosa che non c’entri niente. Mi faccio la doccia nel lavandino. Ballo con lo spazzolone del cesso. Dai, una cosa qualunque che inceppi l’ingranaggio. Per vedere che succede. Uno dà per scontate tante di quelle cose. Ho bevuto il caffè. Mi sono guardato un’altra volta intorno: ho toccato la tazzina con due dita, per centrarla meglio sulla tovaglietta. Ho fatto caso che non avevo preso il piattino. Anche quello è Ikea. Il piattino. Perciò c’era questa tazzina spuria al centro della tovaglietta. Mi ha fatto un po’ pena. Non lo so. Una di quelle sensazioni lì. Ho finito il caffè e ho sfogliato ancora il giornale. C’era scritto che alla mostra del cinema di Venezia, o quello che è, era stato il giorno di Sharon Stone. C’era anche una foto grande. A colori. Di Sharon Stone. Bionda. Nella foto c’era Sharon Stone con un vestito pazzesco. Sotto al sole. Occhiali scuri. Accanto alla sua bella foto c’era tutta una tabella che la vivisezionava. C’erano scritte le marche delle cose che indossava e poi c’era una grande freccia che puntava l’orologio. Vicino c’era scritta la marca e poi il prezzo: 300mila euro. Fischio. Ho visto se nella tazzina era rimasto un po’ di zucchero: quello sciolto dal calore del caffè mi piace un sacco. So che il caffè andrebbe bevuto amaro, ma a me il caffè fa schifo. Per questo ci metto lo zucchero. Comunque non ce n’era, di zucchero. Ho messo la tazzina nel lavandino e ho fatto scendere un po’ d’acqua. Trecentomila euro. Porca puttana. Una che nella vita ha raggiunto il proprio apice il giorno in cui ha allargato le gambe per mostrare al mondo che non usava indossare biancheria intima non dovrebbe portare orologi da 300mila euro. Non ci vuole niente a pensare male. Ho letto l’articolo. Sharon Stone di qua, Sharon Stone di là. Con un orologio da 300mila euro al polso, secondo me, è impossibile arrivare in ritardo. Dove te lo metti, un orologio così, quando non lo usi? Non è che lo butti via sul comodino. Mica te lo infili nella pantafola un momento prima di crollare addormentato. Non so mica. Io un orologio del genere, da 300mila euro, lo inghiottirei tutte le notti e poi lo ricagherei la mattina dopo, così, per sicurezza. Opppure me lo infilerei su per il culo, come quello di Butch, il personaggio interpretato da Bruce Willis in “Pulp Fiction”. Me lo terrei stretto tra le chiappe. Pussa via. Quando sono arrivato all’ultima pagina del giornale, il meteo - centro-sud soleggiato, rovesci temporaleschi al nord est e sulle Alpi - ho capito che una come Sharon Stone un orologio su per il culo non se lo infilerebbe mai. Con tutto quel french manicure. Magari dispone di qualche addetto alla sicurezza pronto a farlo al posto suo. Non lo so. Se ne leggono di cose strane: Jennifer Lopez, per esempio, ha il tizio addetto a titillarle i capezzoli prima di un video. Così nella ripresa successiva il decolleté viene più sensuale. Giselle Bundchen, mi pare, si fa spalmare la crema antiriflesso sul culo da un omino, prima di ogni scatto. C’è tutto questo mondo che è pazzesco, sul serio. C’è tutta una fetta di gente che mica lo so se si mette ad aspettare il fischio della moka alla mattina. Adesso l’argomento del giorno è la canotta di Brad Pitt sotto la camicia: sexy o tamarra? Non lo so come facciano a sopportare una cosa del genere, le persone di un certo tipo. Tempo fa lessi che David Beckham aveva richiesto e ottenuto una cassetta di sicurezza dentro gli spogliatoi del Santiago Bernabeu, quando giocava al Real Madrid. Per poter conservare i suoi orecchini da tre milioni di euro. Sono cose che fanno pensare, queste. Allora ho dato una spazzata veloce al pavimento e sono andato in camera mia. Ho preso l’ultimo numero de L’Espresso e l’ho arrotolato a tubo. Ci ho giocato un po’ davanti alla finestra, prima di andare in bagno. Avevo il sapore del caffè sopra la lingua. Dietro alle mie spalle il letto disfatto. Le lenzuola tutte arrotolate, la forma della testa sul cuscino. Ho guardato interrogativo il tutto, chiedendomi se esista qualcosa di più bello al mondo che rendersi conto della propria esistenza fisica. Nella casa di fronte ho visto del movimento in balcone. Un uomo stava accarezzando il suo cane. Conosco bene quel cane: ulula forte ogni volta che passa un’ambulanza o roba simile. E’ un cane molto stupido. Sono anni che ulula alle ambulanze. Tutte le mattine, cascasse il mondo, lui si mette ad ululare al primo rumore che sente. Ho guardato l’uomo accarezzare il suo cane nel sole del mattino. Ecco un uomo fortunato, ho pensato. Ecco un uomo molto fortunato. Il cane, il balcone, il sole, la scelta di prendersi un minuto di tempo per accarezzare la bestia. C’è modo e modo di essere fortunati. Io non lo so la gente come scelga, e in base a che cosa, i propri rituali per cominciare la giornata. In fondo tutte le giornate si riducono a questo: uscire da un portone per entrare in un altro. Erano diversi giorni che non vedevo movimenti in quel balcone. Parecchi giorni che le ambulanze transitavano nella via indisturbate. Si vede che erano stati in vacanza. L’uomo, il cane, il resto della famiglia. E adesso erano tornati. Piano piano le cose ricominciano a muoversi. Sempre. Anche quando tutto sembra immobile, tristemente immobile, disperatamente immobile, è sufficiente girare la testa e guardare le foglie di basilico.