Il mondo nudo.

di stefano havana, 5 Gennaio 2009

Adoro il sottotesto. Le cose che uno non dice. Oppure quelle che uno dice volendo intendere altro. Lo adoro nei film, nei libri, nelle opere d’arte in generale e lo adoro nelle persone. Nelle donne, in particolar modo. Impazzisco, letteralmente, quando una donna sa giocare col sottotesto. Una volta un amico stava corteggiando una ragazza. C’era stato tutto un flirt, tra di loro, iniziato con una tazzina di caffè e proseguito a parole e messaggini. A un certo punto, al momento di sferrare quell’attacco decisivo che il più delle volte è decisivo solo nella percezione di uno e quasi mai di entrambi, il mio amico si rivolse a questa ragazza chiudendo il cerchio, cioè tornando alla storia di quel caffè che li aveva fatti conoscere, del tipo: Che ne dici se te ne offro un altro, visto che la prima volta è andata così bene? Lì, la ragazza, non lo so, mi parve che non avesse colto il sottotesto insito nel messaggio. Voglio dire: ok, il caffè. Ma non era SOLO di un caffè che si stava parlando. Non che debba esserci per forza qualcosa di pecoreccio, ma il desiderio, la speranza, di una persona di poterne conoscere meglio un’altra, evidentemente di sesso opposto, quello sì! La ragazza in questione rispose a quel messaggino come se davvero tutto quello che c’era in ballo fosse soltanto un caffè. Una cosa come: Certo, a un caffè non si dice mai di no… Fine. Punto. Chiuso. A me, che fui interpellato in proposito davanti a una birra, mi sembrò subito che la ragazza non avesse voluto o saputo giocare col sottotesto implicito nel messaggio (ok, sono stato molto contento che ci siamo conosciuti grazie a un caffè, perché adesso non proviamo a conoscerci meglio sempre grazie a un caffè?), e che quindi fosse il caso, forse, di lasciar perdere da subito. A me sembrava chiaro che si stesse parlando di tutto, TRANNE che di un caffè, invece la ragazza mi aveva dato l’impressione opposta. In effetti la storia non ebbe un seguito. Giocare o non giocare col sottotesto è un indizio fondamentale, per me, per capire se una persona è interessata o meno. Adoro tutto questo fondale nebuloso che c’è sotto le cose. Si può sapere parecchio, maneggiando il sottotesto.

Sarà per questo che stravedo per certa arte moderna. Il bello dell’arte moderna sta nel sottotesto, altrimenti sono solo scatole di fagioli o uomini e donne nude e pupazzi in vetroresina. E’ tanto ovvio quanto profondo. Ho amici brillantissimi che detestano l’arte moderna proprio perché non hanno voglia di leggere il sottotesto, secondo me. Il che è strano, visto che questi stessi amici, il più delle volte, ci campano col sottotesto. Andy Warhol, va bene, è come dire dell’acqua calda, ma la questione del sottotesto vale per tutti gli artisti così. C’è uno sforzo richiesto che è molto maggiore di quello necessario per apprezzare una tela di Caravaggio. Il che è un po’ come mandare un sms relativo a un caffè a una ragazza volendo sottintendere altro. Se uno non ci mette l’impegno, potrebbe davvero pensare che è di un caffè che si sta parlando. Ecco, chi è che potrebbe mai discutere un lavoro di Caravaggio? Nessuno credo. E’ impossibile dirne male. Non a caso a me Caravaggio non mi attira. E’ troppo evidentemente magnifico. Come un sms in cui c’è scritto: “Mi piaci. Scopiamo”. Oppure: “Mi piaci, passiamo il resto della vita insieme”. Certo, avendo davvero poco tempo a disposizione, o una grande sicurezza nei propri mezzi, anche questi ultimi due sono messaggi utilissimi, funzionali. Solo che a me non piacciono. Sto parlando di estetica, adesso. Del Salomè con la testa del Battista di Caravaggio come si fa a dire che è brutto? Non è possibile. E’ bellissimo. E’ inquietante, la principessa Salomè che porta la testa di Battista è completamente disinteressata all’azione, guarda da un’altra parte, tutto funziona, tutto è geniale, perciò basta, stop, finisce lì, parola agli esperti e ai sommi osservatori per discutere del periodo storico e vattelapesca. Caravaggio ha preso una grande tela e ci ha scritto sopra: “Mi piaci, scopiamo”. Fine. Fine per modo di dire. Arrivaci a inviare davvero un messaggio del genere… Mica è facile. E’ chiaro che poi passi alla storia. Te lo meriti. Però, davvero, è tutto qua.

Una fotografia o un’installazione di Spencer Tunick, nove volte su dieci apparirà brutta e senza senso, ma può capitare che arrivi un piccolo lampo ad illuminare il ragionamento e allora il meccanismo diventa stupendo. Sono solo corpi nudi sistemati con attenzione qua e là per il mondo. Oppure no.

Studiando il personaggio e i meccanismi del suo lavoro si possono fare scoperte sensazionali: per esempio che tra le persone che si sono spogliate per lui, tutte volontarie, c’erano tizi sieropositivi che subito dopo hanno trovato la forza di reagire, di curarsi, oppure ragazze seriamente depresse, con problemi legati all’alimentazione, che dopo aver posato spogliate dei vestiti, insieme ad altre sei o settemila tizi, hanno deciso di smuoversi e ora hanno un conto aperto nel migliore ristorante della città. Sono storie vere. Sono cose che sono capitate sul serio. Lo scrittore 80enne rimasto solo che ha deciso di denudare il suo corpo invece che penetrarlo con una pallottola e che adesso potrà serenamente morire di morte naturale. Ci sono delle foto di Spencer Tunick che sono un miliardo di volte più brutte, a dire poco, del peggiore quadro di Caravaggio, eppure per me significano tanto di più. In un’opera di Tunick, realizzata a Vienna, nello stadio che ha ospitato la finale degli Europei, sono arrivati individui da 18 paesi diversi ed è possibile guardarli chiacchierare, questi uomini e donne, durante le pause, completamente nudi, come se niente fosse. Sono persone normali, che l’indomani torneranno in studi di avvocati e dietro ai banconi dei negozi. Non sono spogliarellisti, non sono persone dedite all’erotismo sfrenato. Non sono matti. Te ne accorgi dai fisici, te ne accorgi dal fatto che tutti, più o meno, sanno chi è Spencer Tunick e sanno cos’è che stanno facendo per lui. Vedi queste persone nude, sotto la curva dello stadio, il luogo pubblico per eccellenza, che discutono, nude, o lì lì per spogliarsi, mentre due poliziotti tengono a freno un tizio con una tuba nera, vestito di tutto punto, con un cartellone in mano che recita il volere di Gesù Cristo. Quando lo portano via, 2000 persone nude applaudono alle forze dell’ordine. Sotto uno stadio. Una cosa mai vista o sentita. C’è tutto un “dietro” che andrebbe analizzato, pensato. Sfiorato.

Personalmente ho fatto la richiesta sul sito dell’artista: dovesse mai venire a Roma per realizzare un’installazione, o in Italia, verrò contattato per partecipare e la cosa bellissima, o almeno la cosa che io ho trovato bellissima, è che nel modulo da compilare per la partecipazione è richiesto anche di specificare la tonalità del colore della pelle, secondo sette criteri, dal bianco pallido al nero, così che uno improvvisamente comincia a sentirsi come una specie di pennello, nel cliccare su “submit” e aspettare la (magnifica) pagina di ringraziamento, non più un utente in cerca di un servizio su Internet. C’è un sottotesto, in tutto questo, ed è ovvio che il tutto è piuttosto risibile, volendo, soggetto a facilissima ironia. Ma d’altra parte non è così per tutto? Qualcuno di noi non si è forse soffermato almeno una volta ad osservare i pisellini dei “putti” di Caravaggio? Andiamo, basta ammetterlo. Io ho cominciato sui libri d’arte in classe e non ho più smesso. E’ anche su questo che gioca Spencer Tunick: la nudità, il corpo. Due cose da cui siamo tutti ossessionati. Ammaliati, terrorizzati. Due cose che, volenti o nolenti, non possiamo ignorare. Non ho mai visto persone tanto nude come quelle messe insieme da questo artista statunitense. (che tra l’altro ha realizzato belissime opere anche utilizzando corpi singoli, non in gruppo) Perciò mi piace. Mi piace il sottotesto.

C’è una foto scattata in Olanda in cui tutta una serie di persone nude è infilata nei vari piani di un garage multilivello. L’effetto finale è talmente strano, diverso, curioso, in qualche modo severamente artistico, che la convinzione di tutti, a una prima occhiata, è che si tratti del profilo notissimo del Guggenheim Museum. Invece no. E’ solo uno squallido garage olandese. Però sembra altro. E se sembra altro, questo è solo grazie alla presenza di corpi nudi, cioè l’elemento che meno ti aspetteresti di trovare dentro un posto del genere. Sarà poi certamente che io ho un’autentica passione per il dire altro. Non a caso non avrei voluto parlare di Spencer Tunick in questo post, però l’ho fatto lo stesso. Ho una passione per tutte quelle persone che per dire a una ragazza quanto vorrebbero avere a che fare con lei, compongono un messaggio in cui il protagonista è una tazzina di caffè.

Succedete piano.

di stefano havana, 31 Dicembre 2008

A tutte le cose che sono destinate a succedere, in questo 2009, io dico: succedete piano. A tutte le persone che sono destinate ad avere a che fare con me, in questo 2009, io dico: fatelo con gradevolezza, senza isterismi. Alle cose che devo fare, a quelle che devo dire, io dico: arrivate con serenità, rispettate quell’ideale spazio che mi sono costruito intorno. Questo spazio ha una porta solo di poco più grande di un cracker e tutto necessita di transitarvi con lentezza, con calma, con giudizio. Alla donna che dovrà rubarmi il cuore io imploro: fallo con convinzione e non lasciarti suggestionare dalle difficoltà. Non s’è mai visto un amore in discesa. Ai fondamentali amici che mi dovranno dare i consigli giusti e che dovranno esserci essattamente quando io mi aspetterò che ci siano, io dico: fatelo senza giudicare, come sempre avete saputo fare, proviamo, insieme, ad essere una cosa sola, come le tre basi alcoliche che compongono il nostro cocktail preferito. Ai posti che dovrò vedere, o rivedere, io dico: restate dove siete, non spostatevi, non cambiate, lasciatemi ancora per un poco sperare che le vostre forme, i bordi, i confini, i colori, siano perfettamente sovrapponibili all’immagine che ho di voi, fantasia o ricordo che sia. Alle emozioni, che stanno lì, a galleggiare, e che dovranno essere riconosciute ed afferrate, io rivolgo questa preghiera: per favore, abbiate la capacità di essere semplici e durevoli nel tempo. Siate un meccanismo di difesa nei momenti peggiori e un letto comodissimo dove stare quando il sonno verrà facile; fate in modo che io vi sappia riconoscere e che non sottovaluti la vostra portata. Ai libri che leggerò io dico: ispiratemi ad essere una persona migliore. Alle cose che scriverò io chiedo: sappiate arrivare nei momenti giusti, capitatemi addosso quando sarò sufficientemente voglioso di accordare il pianoforte della mia tastiera. Ai cocktail che deciderò di bere con la giusta compagnia chiedo: siate risolutivi nel farmi dimenticare quello che vorrò dimenticare e siate sempre ben miscelati, mai troppo ghiaccio, mai eccessivo limone. Ai lavori che dovrò fare chiedo: siate più remunerativi che faticosi. All’insonnia che di sicuro mi accompagnerà negli alterni momenti dico: almeno portami buoni consigli. Al tempo che inevitabilmente passerà dico: sii clemente e portami saggezza e comprensione, insieme alle rughe. Alle gioie che dovessero venire suggerisco: non esagerate, siate discrete, perché la felicità è un’arma a doppio taglio. Ai miei sogni dico: per favore rimanete tali. Non ho nessuna velleità di realizzarli e ad un sogno realizzato così e così preferisco un sogno non realizzato affatto. A quello che sarò tra un anno dico: rimani dove sei. Sarò io a raggiungerti quando e se me la sentirò. Ognuno deve crescere esattamente quando è giusto che cresca. Nessuno può accelerare questo processo con consigli o cattivi esempi. A tutto, a tutte le cose che sono destinate a succedere, in questo 2009, io dico: succedete piano, una alla volta. Sbattetemi sulle labbra come i cubetti di ghiaccio alla fine di un drink. Fatevi sentire con leggerezza e seduzione. Ma piano. Piano. Che sia un buon anno Normale.

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Routine.

di stefano havana, 30 Dicembre 2008

Non sono del tutto convinto che la routine sia un male. C’è gente che ci muore, di routine. Un sacco di persone è volata giù dalle finestre per la troppa routine. Tutti a parlare male della routine. Una coppia, quando non funziona più, dà la colpa alla routine. Lei dice a lui che è colpa della quotidianità, che prima, PRIMA, tutto filava perché ogni giorno era una sorpresa, una novità, e invece adesso no, adesso c’è questa benedetta routine e allora tutto va a farsi benedire e chi s’è visto s’è visto.

Eppure io non sono sicuro che la routine sia un male. Noi SIAMO routine: siamo una specie di agglomerato di organi che fa sempre la stessa cosa. Siamo sacche di carne e sangue che vivono di routine, di banalità. La routine. La routine. A me piace la routine. Che posso farci? Non che non mi annoi. Mi annoio tantissimo, spesso e volentieri: mi fanno una paura quelle statistiche del cavolo che ogni tanto escono fuori sui giornali e spiegano quante ore della nostra vita passiamo a fare cose che non ci sogneremmo mai di inserire nell’elenco di quelle cosidette importanti. Invece si scopre che mediamente trascorriamo quattro anni fermi al semaforo oppure non so quanto tempo in ascensore. Sostanzialmente i più fortunati di noi finiranno dentro una bara avendo trascorso più tempo a maledire il rosso piuttosto che a scopare. Incredibile ma vero. La routine, la banalità è dietro l’angolo. Non si può mai dire. Fatto sta che tutti ci annoiamo. Pure quelli che, come me, asseriscono di amare la routine. O di non vederci nulla di sbagliato. E’ che io amo le piccole cose, c’è poco da fare. Non voglio fare grandi discorsi. Non mi voglio mettere a fare elenchi delle minute sciocchezze per cui vale la pena esistere, sarebbe noioso, appunto, e finirei sicuramente per infilarci una buona dose di qualunquismo che francamente mi vorrei evitare.

(anche se non posso esimermi dal dire che cucinare, per esempio, ripetere quegli insignificanti gesti della preparazione di un piatto - schiacciare l’aglio con la parte della mano vicina al polso, girare il sugo con un cucchiaio di legno, guardare l’acqua bollente acquietarsi per un istante al momento di versarci dentro il sale grosso - quella sì che è una cosa da inserire fra le cose per cui vale la pena esserci, insieme all’arte, agli occhi delle donne quando stanno dicendoti che faranno l’amore con te, alla rinazina spray nasale e ai pigiami scemi delle ragazze che t’hanno fatto innamorare)

La minutaglia umana ci rende vivi, secondo me, molto più del bungee jumping o di un viaggio in Australia a bordo di un cammello. Lassù, appesi a una corda elastica, o sopra la gobba di una bestia assurdamente lenta, diventa più e più volte evidente che stiamo facendo qualcosa di tremendamente finito, esauribile e che prestissimo ci riporterà al punto di partenza, cioè casa, il divano, il lavoro, il ghiaccio sul parabrezza alle sette di mattina. Leggere l’ultimo libro di Eric Lax su Woody Allen, faccio un esempio, bevendo Rum Matuzalem senza ghiaccio, è una roba che c’ha scritto “routine” in fronte, però alla fine è questa brodaglia qui che ci andremo a ricordare quando un giorno ci verranno a mancare gli occhi, non la volta in cui ci siamo buttati da 7000 metri d’altezza vestiti solo di un kilt scozzese.

Il gesto estremo è come scopare con una escort brasiliana col fisico della Canalis: a parte il fatto che non è detto che vada come hai sempre sognato, è soprattutto vero che una volta che hai finito gli amici a cui raccontare la prodezza, naturalmente edulcorandola di dettagli inesistenti, non ti resta niente, dentro, se non il giochino eterno del domandarti cosa avresti potuto farci di più costruttivo con quei 100 euro. Fare l’amore con una persona che hai paura che muoia, che stia male, che soffra, fare l’amore con una persona che ti stimola, fare l’amore con una persona di cui ti viene voglia di sentire il cuore battere mentre la penetri, è una stronzata talmente ovvia che è buona per una canzone di Venditti, però è anche il succo stesso della vita, secondo me, è routine allo stato puro, è convenzione, è ovvietà, è quotidianismo assoluto. Tutta questa gente che ha da dire contro la routine. Non riesco a capire. Dev’esserci qualcosa che non mi arriva al cervello, tipo l’aria in alta quota. Magari è davvero come dicono. Magari, nella vita, è tutta questione di bungee jumping o di viaggi in capo al mondo. Di sballo. Magari sono io l’ingenuo. Passa tu 18 ore in una fabbrica a inscatolare tonno e poi vienimi a dire se la routine è una buona cosa o no. Forse sono ingenuo io, davvero. Vai a capire. Comunque, se fosse possibile, a questo 2009 che viene io vorrei domandare un’onesta dose di routine, di quella buona, tagliata fina fina che come la metti in bocca quella subito si scioglie.

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Signore e signori.

di stefano havana, 17 Dicembre 2008

Buonasera signore e signori, sono Il Mago e vi proporrò un numero eccezionale, questa sera, mai provato al mondo, signore e signori, un momento di attenzione, il numero sarà breve e voi dovrete essere molto concentrati perché quando andrete via, signore e signori, crederete alla magia come non avete mai fatto prima d’ora. La magia, signore e signori, è solo una questione di mentalità, di approccio; la magia può essere ovunque, intorno a voi, come dicono in quella pubblicità, perciò adesso guardate, concentratevi attentamente su questo oggetto di uso comune. Tutti sapete cos’è, non è vero? Un libro, esattamente. Un libro! Guardate bene queste due pagine bianche, signore e signori, sono solo due pagine bianche con delle parole d’inchiostro stampate sopra, due pagine a caso, non c’è trucco e non c’è inganno. Signora vuole venire su a scegliere lei due belle pagine diverse da queste? No? Si fida? C’è qualcuno in sala che non si fida? C’è qualcuno in sala che ha un libro con sé e vuole portarlo qui per sostituire il mio? Bene signori, allora procediamo.

Questo è un libro e lo mettiamo qui, così che tutti possiate vederlo. Non è importante quale libro sia, quello che conta è che adesso noi riprodurremo una scena che tutti quanti avete già vissuto e contemplato almeno una volta nella vita. Prego la mia assistente in hot pants di portare in sala il reperto numero due. Molto bene. Ecco qui, signore e signori, guardate tutti attentamente. Questo è proprio quello che sembra: un capello umano. Signore e signori, qualcuno di voi vuole salire sul palco per controllare? Guardate, mi avvicino io: un autentico capello umano. Per ovvi motivi che tutti voi potete facilmente constatare coi vostri stessi occhi, questo non è un capello che mi appartiene. In effetti l’ho strappato con delicatezza al mio fedele regista. Facciamogli un applauso, signore e signori, grazie, un applauso al regista. Perfetto e adesso guardate attentamente questo capello, perché, come vi dicevo, la magia può nascondersi dappertutto e adesso ve lo dimostrerò. Infatti ecco qui, ecco cosa farò. Adagerò il capello dell’amico regista qui su questa pagina del libro in questione. Ecco fatto, signore e signori, ora quello che abbiamo è un libro aperto a pagina 38 e un bel capello di uomo robusto adagiato con apparente casualità sul bianco della carta. Adesso guardate molto attentamente. Il libro è qui, sotto questi faretti. Il capello è sopra la pagina. Lo vedete. Non c’è magia signore e signori. Non c’è trucco. Osservate. Niente fili, niente doppi fondi. Niente specchi. Prego il signore in prima fila di venire a controllare. Dica signore, nota qualcosa di sospetto? Tocchi pure, avanti. Tocchi pure. Grazie signore, torni a godersi lo spettacolo perché adesso arriviamo al culmine.

Signore. Signori. Osservate il capello sulla pagina bianca. Osservatelo attentamente mentre mi avvicino con il viso. Attenzione. Pronunciate pure le vostre parole magiche all’interno della mente. Quelle che preferite. Concentratevi insieme a me. Uno. Due. Attenzione signore e signori. Tre! Voitlà cari amici! Voitlà! Il capello è sparito! Signore e signori, capisco la vostra titubanza. Calma, calma. Un momento di calma, per favore. E’ inutile che solleviate in cielo questo brusio di disapprovazione. Lei, signore, cosa dice? Giusto, signore, il capello non è sparito, è stato solo soffiato via dal sottoscritto. E lei signora? Anche lei è d’accordo col signore? Tutti voi, in sala, signore e signori, siete concordi? Osserviamo insieme il replay della magia. Ecco, guardate attentamente il maxischermo. Prego la regia di mandare il contributo. Ecco, signore e signori, vediamo il capello stagliarsi nel bianco della pagina del libro. Lo vediamo. Lo vediamo. Lo vediamo. E… tac! Ecco fatto signore e signori! Avete visto? Il capello è sparito!

Calma, un momento di calma, per piacere. Vi chiedo: avete visto il capello spostarsi? No, signore e signori. La risposta è no. Il capello è semplicemente sparito. C’era un capello su una pagina bianca di un libro e un istante dopo non c’era più. Non è forse magia, questa, signore e signori? Se voi aveste visto il capello muoversi, fisicamente spostarsi, venire spostato, dal getto d’aria emesso dalla mia bocca, soffiando, allora sì, allora io ammetto che avreste potuto anche avere il diritto di indignarvi, di sentirvi frodati e di esigere che vi venisse rimborsato il prezzo, peraltro molto esiguo, ne converrete, di questo spettacolo. Tuttavia, signore e signori, io vi invito a riflettere. Cos’è la magia? Cosa dovrebbe essere la magia? Chi l’ha deciso che la magia è forzatamente un fine? Non potrebbe, la magia, essere solo un meccanismo per offrire all’esistenza un più alto grado di vivibilità? A nulla serve un capello sparito. Molto di più mi pare utile darsi la possibilità, anche solo per dieci minuti, di credere che un capello possa sparire. Non dovremmo forse finirla di pensare sempre e soltanto al fine? Non dovremmo forse imparare a goderci un poco di più il viaggio? Che cos’è che avete visto succedere, signore e signori? Ditemelo per favore. Perché non credere d’aver assistito a un’effettiva sparizione di un capello? Perché?

Signore e signori, avete visto un capello sparire o non avete visto un capello sparire? Molto bene, vi ringrazio. La verità, signore e signori, la verità che io ho appreso, è che la magia può esistere ogni volta che decidiamo e che sarebbe molto meglio per tutti convincercene senza più l’ulteriore parvenza di un indugio. La verità è che al mio tre il capello è sparito dalla pagina del libro e né io né voi ci possiamo fare alcunché. Non è stato soffiato via, no, signore e signori. Il capello è sparito. E, credetemi, creda a me chi tra di voi ancora rumoreggia, non c’è un altro modo per vivere serenamente questa strana esistenza che ci è toccata in sorte. Il trucco è godersi il viaggio: pensare il meno possibile alla destinazione. Non è facile, lo so anche io. Il più delle volte è complicatissimo.

Sapete quale dovrebbe essere, signore e signori, lo stato naturale di una persona dotata di un’intelligenza anche solo di poco superiore alla media? Una lieve depressione. Perenne. L’intelligenza, a questo mondo, non si sposa con la felicità. Dico bene, signore e signori? Bisognerebbe essere dei perfetti cretini, forse. Ecco, forse i perfetti cretini, loro sì, riuscirebbero a condurre una vita entusiastica e piena di felicità in ogni momento. Gli ebeti. Gli ingenui. Voi, signore e signori, ve lo leggo in faccia, voi che siete stati dotati di intelligenza e illuminazione e cultura, anche in minima quantità, voi che sapete guardarvi intorno con gli occhi bene aperti, non avete che un modo di spremere sollievo da questo frutto secco che è diventato il mondo: contemplare un capello sparire e convincervi che è non stato altro che magia. Vivere o morire, signore e signori, la scelta sta a voi. Buonanotte e grazie per aver scelto di assistitere allo spettacolo di questa sera.

Er panorama.

di stefano havana, 15 Dicembre 2008

- Cell’hai ‘na cartina?
- No… Mi dispiace….
- Peccato… Almeno se godevamo de più er panorama…

Roma.
Adoro i romani. Li adoro smisuratamente. Adesso dentro le retine mie e di quell’altro c’è il solito Tevere gonfio, turgido come una cosa sessuale. Sono quasi le tre di notte e questo è quello che si deve fare stanotte, se sei romano e se c’hai passato una vita a guardare ’sto fiume scorrerti sotto. Siamo una sfilza di sconosciuti che hanno finito le rispettive serate e stanno tornando a casa. Ci siamo fermati, abbiamo parcheggiato frettolosamente le macchine e ci siamo alzati i cappucci sopra le teste. Davanti all’arco di Ponte Mollo c’è un motoscafo con le ruote, uno di quei mezzi anfibi. C’ho visto un sacco di cose, a Ponte Milvio, in tanti anni che lo frequento, tante cose, l’ho visto diventare punto nevralgico della movida notturna giovanile, da che era solo una specie di deposito di carcasse di pesci morti del mercato e bucce d’arancia. Ma un motoscafo? Ci ho visto Hammer da 4 tonnellate parcheggiati sui prati, coi proprietari che dai bar, coi telecomandini, facevano accendere le quattro frecce da lontano, simbolicamente, ostentatamente, e il cicaleggio diceva: sì, morti di fame, è proprio MIO questo coso enorme, sono IO il ricco e ogni tanto ve lo ricorderò. Ci ho visto locali ergersi come simulacri egizi, ci ho visto di tutto a Ponte Milvio, donne bellissime e zingarelle denutrite ma, certo, un motoscafo mai.

Non ce l’ho ‘na cartina, gli rispondo. Mi dispiace. E mi dispiace davvero perché sarebbe bello potergliela dare e vederlo sfilarsi il cappuccio per preparare la sua sigaretta modificata con la cura dell’artigiano. C’è gente che non fa altro che vivere in maniera approssimativa tutto il giorno, poi arriva a sera e davanti alla sua canna da prepararsi si trasforma in un vetraio di Murano. E’ un meccanismo che ogni volta vedo succedere, nelle vie, sotto la fontana di Santa Maria in Trastevere, sui gradini di Piazza Trilussa, a San Lorenzo, dove capita, e ogni volta mi metto lì a domandarmi che cosa caspita ci sia di tanto illegale. Non stiamo parlando di eroina, o di cocaina. Eppure ragazzi come me finiscono dentro. Non ho visto mai gente tanto buona, simpatica e pronta a darsi una mano come quella che prima si prepara e poi condivide una canna.

- Peccato… Almeno se godevamo de più er panorama…

Mi sembra perfetto. Mi sembra di riconoscerci una chiosa da grande sceneggiatore. Mi dico ok, ok, adesso è esattamente qui che dovrebbe finire la serata, questo venerdì sera, è giustappunto in questo preciso istante che tutto si dovrebbe spegnere, zittire e io mi dovrei ritrovare magicamente, istantaneamente rinchiuso nel mio letto in quell’attimo che precede l’addormentamento. Vorrei non doverci infilare più nient’altro tra questa frase che mi ha appena detto il tipo sconosciuto e l’ultima cosa che vedrò prima di dormire. Non è così che va la vita, e lo sappiamo tutti, prima dei titoli di coda ci sarà la macchina, i semafori, la ricerca del parcheggio, le chiavi nelle tasche, l’ascensore, le lenti a contatto, eccetera eccetera, e una certa magia senza nome si depositerà in terra come farina starnutita da un pacco sfuggito dalle mani. Accadranno, succederanno tutte cose che niente avranno a che vedere con la bella frase in romanesco e, in generale, con tutto il tipo di serata che m’è toccato in sorte di passare.

Solo un’ora prima del Tevere, degli uomini incappucciati e del motoscafo stavo alla festa di Alberto, una bella festa al centro di Roma, in una casa con un ciak enorme appoggiato a una parete e dei bellissimi libri misteriosamente mischiati a quelli di Fabio Volo. Solo un’ora prima me ne stavo in questa casa con un bicchiere in mano a chiacchierare con Valerio Mastandrea, il che sembra incredibile per uno che fa una vita come la mia. Eppure stavo lì e parlavo con il mio attore italiano preferito dei suoi lavori che ho maggiormente gradito. Tutto questo un paio d’ore prima. Mi godevo la conversazione con questo tizio famoso sembrandomi la cosa più ovvia di questo mondo. C’è stato molto romanesco, in questa conversazione, molto parlarsi addosso, molto accavallarsi, e il romanesco, il romanaccio, s’è proprio esaltato. Quando se n’è andato via, insieme alla sua fidanzata, l’attore famoso m’ha battuto una mano sulla spalla, stavo seduto per terra a chiacchierare, e m’ha detto “Ciao Ste“, e allora io mi sono sentito come uno di quei cretini che si pensa tutto importante perché il personaggio famoso non solo se l’è cagato, non solo l’ha TOCCATO, ma s’è ricordato pure il nome. Pensate che gli ho fatto sgranare l’occhi, quando gli ho parlato di un film suo che penso avremo visto in dodici. M’ha detto: “Allora te n’intendi proprio aho…” e voi questo lo dovete sapere, ci tengo, del fatto che me n’intendo proprio aho, ci tengo che lo sappiate, anche se questo film, la visione di questo film che conosciamo in dodici, è legato a un momento piuttosto travagliato della mia recente vita, e pure questo gli ho raccontato, all’attore famoso, in romanesco, alla festa di Alberto, e lui m’ha detto: “Ah, e di questo me dispiace…”, al che c’è stato tutto uno scoppiettio nella mia testa e ho pensato: lo vedi che le vie del signore sono infinite? Lo vedi che c’aveva un senso tutto quel dolore che ti sembrava di stare a provare, quella sera che ti vedesti il film di Mastandrea che conosciamo in 12? (due sono amici miei)

L’ho pure insultato, bonariamente s’intende, all’attore mio italiano preferito, quando ho preso un po’ più di confidenza, perché anche lui, come tutti, ha fatto delle cagate di film, una in particolare, e allora gliel’ho detto, non ce la facevo a tenermelo dentro, e devo dire che l’ha risposta che m’ha data, il MODO in cui me l’ha data, la faccia che ha fatto nel darmela, mi ha ripagato della fatica della visione. (non vi dirò il brutto film qual era) Dopo mi sono sentito come quello che è partito verso la più bella della festa ed è tornato vincitore e poi, per tutto il resto della serata, s’è sentito niente di meno che Marlon Brando.

- Peccato… Almeno se godevamo de più er panorama…

Annuisco e me lo guardo, il panorama. E’ notte, fa freddo e questa è stata una chiosa perfetta. Vorrei che tutto si spegnesse. Vorrei i titoli di coda. Certe volte è solo questione di rime, di poesia. Mentre cammino verso la macchina armeggio con il cellulare. Ci penso su. Me lo rimetto in tasca. Lo ritiro fuori. Ci penso ancora un po’. Mi sembro matto, forse lo sono. Alla fine ci rinuncio e via, Roma mi mangia e mi mastica e quando mi sputa sono sotto casa.

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Il tempo è cambiato.

di stefano havana, 12 Dicembre 2008

Vista dall’alto, Roma sembra una di quelle fotografie della Reuters. Ci hanno fatto pure le mostre in giro per l’Italia con le didascalie ordinate e le etichette con le informazioni. Vista dall’alto, Roma sembra New Orleans o una cosa del genere. Mancano le barche rovesciate su un fianco a Piazza del Popolo, che ne so, sulla terrazzata di Castel Sant’Angelo: io ci sono stato lassù, a guardare dritto negli occhi l’angelo che mantiene la spada. Era tutta un’altra vita, se non mi ricordo male, eppure non è stato tanto tempo fa. Vallo a capire, il tempo. Quello metereologico e anche quell’altro, non so come chiamarlo. Quell’altro.

Comunque Roma è questo che sembra, dall’alto: New Orleans dopo Katrina. Ci sono gli alberi spezzati e delle lunghe distese d’acqua percorse dai mezzi anfibi della protezione civile. Sul Tevere tutti i barconi si sono disormeggiati e adesso stanno incastrandosi sotto le arcate dei ponti e l’acqua sale ancora più velocemente. E’ proprio strana, Roma vista dall’alto. Sembra New Orleans, sembra Venezia, sembra una grande cucina in cui si sia rotta la lavatrice. Tutti a dare la colpa al maltempo. Il maltempo di qua, il maltempo di là. Chissà poi che avrà fatto mai di tanto male questo maltempo. Mi sa che, da che mondo è mondo, se cade un po’ di pioggia su una città e tutti i tombini saltano, e i sottopassaggi si allagano e un paio di persone fanno la fine dei topi, la colpa è della città, non tanto del maltempo, ché quello non è che può farci niente quando decide di rovesciarsi giù dal cielo. Dice allora che la colpa è del clima. Il che significa che la colpa è dell’uomo. Cioè nostra. Dev’essere che a forza di spruzzarci deodoranti sotto le ascelle abbiamo finito per farla grossa. Tu guarda se un giorno o l’altro non servirà più fare tanti chilometri per andare a sciare o per andare ai tropici. Perché adesso è questa la parola d’ordine: i tropici. Ho scritto la parola “tropici” su Google Immagini e il primo risultato che mi è venuto fuori è stato questo, che a me non sembra averci molto a che fare con quello che ci circonda adesso, cioè fango e merda e mobili che galleggiano negli androni dei palazzi.

Poi ci sono le fotografie dei giornali e dei siti Internet: lì si vedono tutti questi ombrelli colorati che si sporgono dai ponti. Chissà perché le persone si danno questo gran da fare per acquistare ombrelli coloratissimi. Quel che è certo è che lo fanno. Comprano ombrelli coloratissimi. E’ sufficiente dare un’occhiata alle fotografie che si vedono in giro. Ombrelli coloratissimi in ogni dove, sopra ogni ponte, che nascondono facce curiose, per lo più sorridenti, sinceramente affascinate dalla natura che va scatenandosi. E’ possibile che alcuni di loro stiano guardando in faccia il proprio assassino, cioè l’acqua, cioè il Tevere. Chi può dire veramente se da qui a qualche giorno sul serio a Roma non dovesse capitare una catastrofe che tra 900 anni i nostri successori si racconteranno ancora mentre veleggiano da un pianeta all’altro. Certo è che nessuno di questi ombrelli colorati sembra dare l’idea di stare in apprensione. Non mi dà molta fiducia l’essere umano, dico la verità. Sono svariate migliaia di anni che abitiamo questo mondo e ogni volta che c’è un allagamento o roba simile ce ne andiamo in giro con queste galosce blu o rosse, questi stivaloni da Sampei, con passi sempre più incerti e la faccia inebetita fissata nell’occhio della telecamera che ci trasmetterà nel telegiornale della sera. Sorridiamo ad oltranza di ogni cataclisma, finché il cataclisma non ci uccide. Allora eccoci là che affolliamo le piazze, urliamo contro chicchessia. Bisognerebbe sdoganarla, ’sta morte. Si dà troppa importanza alla morte. E che sarà mai? L’altra sera ho messo Sky Tg 24 e sotto il faccione del presentatore c’era la banda rossa gigantesca, quella dell’ultim’ora che lampeggiava, al che mi sono detto: eccolo là, sarà successa una roba gravissima. Poi mi sono messo a leggere e l’ultim’ora lampeggiosa diceva, in sostanza, che un vecchio aveva ricevuto un pugno in faccia in Liguria, non ricordo dove, ed era morto. Quelli hanno fatto tutto il telegiornale con quella scritta gigantesca sotto, caratteri bianchi accecanti su sfondo rosso, che diceva che un tizio era morto per un pugno in faccia a La Spezia o un posto simile. A chi cazzo gliene dovrebbe mai fregare di una stronzata così, se non ai parenti più stretti? Ci siamo appassionati talmente tanto a questo fatto della morte. Ne varrà poi la pena?

Ci stavo pensando giusto stanotte. Sono andato a vedere questo famoso Tevere a Ponte Milvio, che è il punto più basso di Roma. Effettivamente faceva paura. Ho avuto la sensazione di stare a guardare una balena. Una cosa grossa, fisica. Naturalmente viva. C’era un bel vento, faceva freddo. Le macchine alzavano l’acqua davanti allo stadio Olimpico. Sono rimasto un po’ lì a guardare il Tevere gonfiarsi come un polmone. Ho guidato piano verso casa e poco prima di arrivare c’era, perfettamente infilata dentro il Vivaio Euroflora, una macchina capovolta e buia. Tutti gli alberelli intorno abbatuti e la rete di recinzione divelta. Un gran brutto incidente. C’era anche un signore, lì vicino, fuori dalla propria auto con le quattro frecce accese, che stava parlando al telefonino con i carabinieri. Mi sono accostato anche io. Eravamo solo noi. Lì, non so perché, mi è arrivata l’immagine di quel pezzo di Roma visto dall’alto, da un elicottero della protezione civile, flap flap flap flap, una macchina capovolta dentro un vivaio che è lì da quando sono bambino (il vivaio, non la macchina capovolta), degli alberi abbattuti, l’asfalto pieno di foglie morte e pozzanghere, un’altra macchina ferma con le quattro frecce accese, un tizio al telefonino ed io. Neanche un’ambulanza, né un lampeggiante, né niente. Le portiere del mezzo disastrato chiuse, la traccia di nessuno. Ho ripensato alle immagini di New Orleans con le barche adagiate su un fianco in posti improponibili, semmai distanti chilometri e chilometri dal mare. Ho pensato che qualcuno avrebbe dovuto scattare quella fotografia dall’alto. Ho pensato questa cosa finché non mi sono rimesso in macchina e sono tornato a casa.

Meg Ryan, Billy Boyd, New York.

di stefano havana, 10 Dicembre 2008

[Dedicato a chi ha pensato,
almeno una volta nella vita,
che non poter morire per amore
sia un peccato.]

Meg Ryan, se la guardi bene, ma molto bene, attentamente, e col cuore leggero, assomiglia spaventosamente a Billy Boyd, l’attore che ha interpretato, tra gli altri, Pipino, nella Trilogia de “Il Signore degli Anelli”. Ha la stessa boccuccia a triangolo e i medesimi occhi, un identico naso adunco e perfino in certi atteggiamenti Meg Ryan ricorda tantissimo Billy Boyd. Recentemente, rivedendo “Harry ti presento Sally”, mi sono subito reso conto di due cose: la prima è che Meg Ryan e Pipino sono identici, la seconda è che io amerei incondizionatamente, e più di qualsiasi altra donna della realtà o del cinema, la Meg Ryan di “Harry ti presento Sally”, nonostante in certe espressioni, soprattutto quando piange e ordina al ristorante o si abbassa gli occhiali sulla punta del naso, o sorride ironicamente di qualcosa che in realtà non la fa sorridere per niente, diventi identica a Billy Boyd, verso il quale non nutro alcuna passione sentimentale. Quella Meg Ryan lì, solo quella Meg Ryan lì, è fantastica: non so se Rob Reiner, il regista, fosse innamorato di una donna simile quando, insieme ai suoi collaboratori, scrisse la sceneggiatura del film, io glielo auguro perché deve essere semplicemente bellissimo amare una donna in grado di indossare dei pantaloni a scacchi con tanta disinvoltura, comunque sia resta il fatto che io una così la prenderei e comincerei, tutti i giorni, ad auspicare di essere esattamente l’uomo fatto apposta per lei fino a sfiancarmi. La corteggerei così forte da farmi uscire il sangue dal naso.

Quella Meg Ryan lì io credo di amarla, proprio di amarla, come un ragazzino può amare la Stella della Senna, o Creamy, Lamù, o uno di quei personaggi dei cartoni animati in calzamaglia. La amo con la consapevolezza che non esiste una femmina del genere, perciò il mio sentimento è purissimo, incondizionato, senza tentennamenti. E’ un amore letterario, ideale, catastrofico. Quando sorride, quella Meg Ryan lì, e dalle labbra sottili spuntano solo le gengive e quasi mai i denti, a meno che il sorriso non sia veramente largo, e lei non sorride mai a tal punto, ebbene io la amo, senza dubbi. La amo di quell’amore che uno ne deve parlare con gli amici migliori subito, quella sera stessa, offrendo da bere a tutti, senza neppure sapere se si tratta di un amore ricambiato o meno. Amo quella Meg Ryan lì che ogni volta che sta per baciare qualcuno si blocca, come un cerbiatto che ha appena scoperto il proprio riflesso nell’acqua, e spalanca gli occhi perché si è ricordata di qualcosa e allora il bacio, quel bacio che stava per scoccare, un bacio importante o un bacio qualunque, si blocca, si interrompe, viene rimandato, come tutte quelle conversazioni che vengono spezzate dall’arrivo di un cameriere e mai più riprese.

Amo quella Meg Ryan lì, la amo in tutte le posizioni che lei mi obbliga a cambiare sulla poltrona mentre guardo “Harry ti presento Sally” e sono a disagio, in imbarazzo per tutto il tempo che improvvisamente mi pare di aver perduto dietro ad altre donne, la amo mentre ordina un Bloody Mary sull’aereo, tre quarti di succo di pomodoro e solo una spruzzatina di vodka, mi raccomando, solo una spruzzatina, la amo, la adoro, stento a tenere gli occhi da qualsiasi altra parte che non sia il suo viso, quando dice a Billy Christal: “Sembri una persona normale, invece sei l’angelo della morte”.

Improvvisamente sono in un museo delle cere, un museo delle cere incredibile, dove invece dei vari George Clooney, JFK, Adolf Hitler, Marlon Brando e Paris Hilton, sotto i faretti ci sono le sagome realistiche di tutte le donne che mi sono fatto piacere e in questo museo pazzesco ci sono io che giro intorno a queste statue di cera, mentre i turisti giapponesi scattano fotografie col flash nonostante i divieti appesi alle pareti. Ci sono io che guardo tutte queste statue di cera di donne che ho conosciuto, toccato, amato, le osservo, le studio e mi accorgo che tutte quante sono parafrasi di quella Meg Ryan lì, delle imitazioni, ognuna di loro ha almeno un vezzo, un pregio e un difetto di quella Meg Ryan lì, solo che nessuna è veramente come lei. Nessuna di loro riesce ad essere bellissima, attraente e imprevedibilmente femmina, essendo al contempo la fotocopia di Billy Boyd, il Pipino di Peter Jackson. Deve esserci una sala segreta in questo museo delle cere dell’altro mondo, anzi c’è di sicuro perché ci sono appena entrato dentro, e in questa sala segreta si possono fondere in un enorme calderone ribollente tutte le statue di cera delle donne che m’è parso di amare e il risultato che viene fuori da un bocchettone di rame è un’altra statua di cera identica a Billy Boyd, solo che non è Billy Boyd ma è quella Meg Ryan lì, quella del film, e io sarei in grado di cominciare immediatamente ad amare questa creatura strana, magra e incapace di mantenere lo stesso taglio di capelli per più di sei mesi e di indovinare un modello di pantaloni decente. La prenderei sotto braccio e la porterei via dal museo delle cere pazzesco, inseguito dai turisti cinesi e dalle guardie di sicurezza.

Dev’essere anche New York che me la fa amare in tal modo, non dico di no. Quella Meg Ryan lì è immersa in questa New York per la quale impazzisco. New York, d’altra parte, è la città che quando ci ripenso mi sembra di starmene lì a ripensare a una donna. Perciò mi succede in tutti quei film in cui New York è in qualche modo anche lei la protagonista, di innamorarmi perdutamente dei personaggi che vi si muovono all’interno: ogni volta che c’è una panoramica sull’Hudson River, sulla baia, sulla fila di moli romantici e invecchiati, i “pier“, dietro i quali si alzano le più moderne forme di civiltà e progresso, mescolandosi in un modo che non lo so nemmeno io come ma funziona benissimo, mi viene da abbracciarmi da solo come una di quelle eleganti signore infreddolite che camminano al vento, appena uscite da un locale chiccoso dopo un té caldo. Mi viene semplicemente da sospirare e dire: “Ah…” con tutta una serie di puntini sospensivi. New York è la città più bella, romantica, fredda, caotica, incantata e disincantata, crudele e accogliente che abbia mai visto, il posto che mi ha fatto sentire più a mio agio tra tutti quelli in cui sono stato, e credo che non sia molto diversa da una donna stupenda che ogni tanto assomiglia anche a Billy Boyd. Mandano note di Jazz dentro gli Starbucks, per dire. Quella è gente che sa come farti passare una bella giornata, ecco.

New York sa fare di questi giochetti, perciò dev’essere anche merito suo se amo a tal punto quella Meg Ryan lì. C’è una scena del film in cui lei e Billy Christal stanno parlando a Central Park e l’inverno è appena cominciato e ci sono tutte le foglie che girano e io lo so che quelle foglie sono state scaricate da poco da tizi in uniforme, lo so che ci sono enormi ventilatori per il vento e so che dietro quella faccia che io amo ci sta anche tutta una serie di persone, registi, truccatori, sceneggiatori, produttori con l’occhio all’orologio, so tutto, è davvero come l’amore, l’amore quello vero, so bene che è tutta una finzione, un gioco delle parti, uno splendido meccanismo che presto o tardi finirà, come tutte le cose belle finiscono, dai cornetti con la crema alla vita, ne sono consapevole, eppure quel vento posticcio, quelle foglie tirate fuori poco prima da giganteschi sacchi neri e fatte venire per corrispondenza dal New England, fanno ai capelli di Meg Ryan qualcosa di REALE che mi obbliga a sbattere gli occhi e stringere il telecomando col rischio di cambiare accidentalmente canale. La guardo, mentre perfino le ciglia mi sembrano amabili, e vorrei telefonarle per dirle dei miei sentimenti. Dirle, ehi Meg, se sei il 15% di quella Meg Ryan lì, allora senti, parliamone, perché io ti amo e non c’è un giorno della mia vita che non passerei architettando il modo per farti stare bene. Davvero dico. Mi senti? Com’è il tempo laggiù? Qui è sempre una merda. E’ proprio così che farei, sai Meg? Giocherei con la penna sul luogo di lavoro, schiacciando ripetutamente col pollice il tastino per far venire fuori la punta, clic clac clic clac, e penserei a un modo nuovo per migliorarti la giornata. Lascia perdere che non sono un attore di Hollywood, che non ho un parco macchine da collezionista egiziano, lascia stare: tu devi solo pensare ad essere il 15% della Meg Ryan che interpreti nel film “Harry ti presento Sally” e io ti assicuro, in cambio, un amore perfetto, il primo amore della terra. E sesso, naturalmente. Tanto sesso, oppure pochissimo, anche niente, mai, a seconda di come ti senti.

Ci sono io, sono di nuovo in quel museo delle cere pazzesche. Non so perché ci sia tornato. Forse la Meg Ryan che ho portato via sottobraccio era difettosa e ho intenzione di cambiarla. Forse a un certo punto mi sono stufato anche di lei. Oppure è stata una sua scelta. Magari è l’ansia. L’ansia che io abbia fuso, tra le tante, anche la statua di cera della donna giusta. L’ansia di non essermene accorto. L’ansia, ancor maggiore, che non se ne sia accorta lei. Succede tutti i giorni in tutti i posti che esistono. Non combino granché, stavolta, nel museo delle cere dell’altro mondo. Me ne gironzolo un po’ con le mani dietro la schiena e mi allargo due o tre volte il collo alto del maglione perché mi fa pizzicare la barba. Fuori una grande macchina del vento mi sbatacchia sul viso delle bellissime foglie gialle autunnali: sono bucherellate, sembrano fatte di pizzo. Una voce mi dice di andare avanti, un tizio col megafono mi strilla qualcosa. Io non riesco ad obbedire agli ordini. Mi fermo e qualcuno si infuria. C’è uno sbattere in terra delle cartellette e alcuni fogli di appunti volano via. Una voce ordina di spegnere quelle dannate macchine del vento. Proprio così dice: dannate. Resto fermo in questo freddo autunno newyorchese e l’unica cosa che mi riesce di pensare è a quanto rideremmo insieme, quella Meg Ryan lì ed io, se un giorno a cena le dicessi, posando il bicchiere sulla tovaglia bianca, ehi te l’ha mai detto nessuno che assomigli a Billy Boyd?

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