Sharon Stone.
Ieri mattina era più presto del solito. Mi sono messo a pulire la cucina. Ho preso il giornale dallo zerbino e sono rimasto un momento con metà busto fuori sul pianerottolo. I rumori di quelli come noi. Che vivono e si svegliano. Tirano su le persiane. Ho sentito questi rumori. Televisori. Vociare. Tacchi e mocassini. Poi sono rientrato in salone col giornale in mano. C’era il sole. Era mattina. Era presto. Sono andato in cucina. L’ho pulita. Ho messo a fare il caffè. Mentre il caffè si faceva, ho sfogliato il giornale. Ho alzato la testa. Ho guardato fuori. Mi sono sentito parte di un rituale. In balcone le foglie di basilico erano mosse dal vento. Mi sono messo a pensare a tutte le foglie di basilico del mondo, che aspettavano di venire strappate via e aggiunte al sugo. La caffettiera ha fischiato e ho spento il gas. Ho aspettato qualche secondo. C’era questo grande silenzio. Ho versato il caffè nella tazzina, una bella tazzina argentata griffata Ikea. Mi sono seduto. Ho sfogliato altre due pagine del giornale e soffiavo sul caffè nella tazzina. Barack Obama sparato da tutte le parti. Alitalia. Ho pensato al mondo. Ecco cosa ho fatto. Ho pensato al mondo. Mi sono chiesto se tutto quello fosse già stato previsto. Quel soffiare sulla tazzina, quel silenzio. Le foglie di basilico. Mi sono chiesto se non fosse tutto parte di un ingranaggio. Ho detto: adesso mi alzo e, come niente, mi metto a preparare il pranzo. Non lo so, una cosa che non c’entri niente. Mi faccio la doccia nel lavandino. Ballo con lo spazzolone del cesso. Dai, una cosa qualunque che inceppi l’ingranaggio. Per vedere che succede. Uno dà per scontate tante di quelle cose. Ho bevuto il caffè. Mi sono guardato un’altra volta intorno: ho toccato la tazzina con due dita, per centrarla meglio sulla tovaglietta. Ho fatto caso che non avevo preso il piattino. Anche quello è Ikea. Il piattino. Perciò c’era questa tazzina spuria al centro della tovaglietta. Mi ha fatto un po’ pena. Non lo so. Una di quelle sensazioni lì. Ho finito il caffè e ho sfogliato ancora il giornale. C’era scritto che alla mostra del cinema di Venezia, o quello che è, era stato il giorno di Sharon Stone. C’era anche una foto grande. A colori. Di Sharon Stone. Bionda. Nella foto c’era Sharon Stone con un vestito pazzesco. Sotto al sole. Occhiali scuri. Accanto alla sua bella foto c’era tutta una tabella che la vivisezionava. C’erano scritte le marche delle cose che indossava e poi c’era una grande freccia che puntava l’orologio. Vicino c’era scritta la marca e poi il prezzo: 300mila euro. Fischio. Ho visto se nella tazzina era rimasto un po’ di zucchero: quello sciolto dal calore del caffè mi piace un sacco. So che il caffè andrebbe bevuto amaro, ma a me il caffè fa schifo. Per questo ci metto lo zucchero. Comunque non ce n’era, di zucchero. Ho messo la tazzina nel lavandino e ho fatto scendere un po’ d’acqua. Trecentomila euro. Porca puttana. Una che nella vita ha raggiunto il proprio apice il giorno in cui ha allargato le gambe per mostrare al mondo che non usava indossare biancheria intima non dovrebbe portare orologi da 300mila euro. Non ci vuole niente a pensare male. Ho letto l’articolo. Sharon Stone di qua, Sharon Stone di là. Con un orologio da 300mila euro al polso, secondo me, è impossibile arrivare in ritardo. Dove te lo metti, un orologio così, quando non lo usi? Non è che lo butti via sul comodino. Mica te lo infili nella pantafola un momento prima di crollare addormentato. Non so mica. Io un orologio del genere, da 300mila euro, lo inghiottirei tutte le notti e poi lo ricagherei la mattina dopo, così, per sicurezza. Opppure me lo infilerei su per il culo, come quello di Butch, il personaggio interpretato da Bruce Willis in “Pulp Fiction”. Me lo terrei stretto tra le chiappe. Pussa via. Quando sono arrivato all’ultima pagina del giornale, il meteo - centro-sud soleggiato, rovesci temporaleschi al nord est e sulle Alpi - ho capito che una come Sharon Stone un orologio su per il culo non se lo infilerebbe mai. Con tutto quel french manicure. Magari dispone di qualche addetto alla sicurezza pronto a farlo al posto suo. Non lo so. Se ne leggono di cose strane: Jennifer Lopez, per esempio, ha il tizio addetto a titillarle i capezzoli prima di un video. Così nella ripresa successiva il decolleté viene più sensuale. Giselle Bundchen, mi pare, si fa spalmare la crema antiriflesso sul culo da un omino, prima di ogni scatto. C’è tutto questo mondo che è pazzesco, sul serio. C’è tutta una fetta di gente che mica lo so se si mette ad aspettare il fischio della moka alla mattina. Adesso l’argomento del giorno è la canotta di Brad Pitt sotto la camicia: sexy o tamarra? Non lo so come facciano a sopportare una cosa del genere, le persone di un certo tipo. Tempo fa lessi che David Beckham aveva richiesto e ottenuto una cassetta di sicurezza dentro gli spogliatoi del Santiago Bernabeu, quando giocava al Real Madrid. Per poter conservare i suoi orecchini da tre milioni di euro. Sono cose che fanno pensare, queste. Allora ho dato una spazzata veloce al pavimento e sono andato in camera mia. Ho preso l’ultimo numero de L’Espresso e l’ho arrotolato a tubo. Ci ho giocato un po’ davanti alla finestra, prima di andare in bagno. Avevo il sapore del caffè sopra la lingua. Dietro alle mie spalle il letto disfatto. Le lenzuola tutte arrotolate, la forma della testa sul cuscino. Ho guardato interrogativo il tutto, chiedendomi se esista qualcosa di più bello al mondo che rendersi conto della propria esistenza fisica. Nella casa di fronte ho visto del movimento in balcone. Un uomo stava accarezzando il suo cane. Conosco bene quel cane: ulula forte ogni volta che passa un’ambulanza o roba simile. E’ un cane molto stupido. Sono anni che ulula alle ambulanze. Tutte le mattine, cascasse il mondo, lui si mette ad ululare al primo rumore che sente. Ho guardato l’uomo accarezzare il suo cane nel sole del mattino. Ecco un uomo fortunato, ho pensato. Ecco un uomo molto fortunato. Il cane, il balcone, il sole, la scelta di prendersi un minuto di tempo per accarezzare la bestia. C’è modo e modo di essere fortunati. Io non lo so la gente come scelga, e in base a che cosa, i propri rituali per cominciare la giornata. In fondo tutte le giornate si riducono a questo: uscire da un portone per entrare in un altro. Erano diversi giorni che non vedevo movimenti in quel balcone. Parecchi giorni che le ambulanze transitavano nella via indisturbate. Si vede che erano stati in vacanza. L’uomo, il cane, il resto della famiglia. E adesso erano tornati. Piano piano le cose ricominciano a muoversi. Sempre. Anche quando tutto sembra immobile, tristemente immobile, disperatamente immobile, è sufficiente girare la testa e guardare le foglie di basilico.
Commento di jimmydixxx
Christopher Walken è veramente impagabile nella scena in cui racconta la storia dell’orologio di Butch.
Volevo solo dire qualcosa, ma siccome non so niente di basilico, ma sono ferrato su Pulp Fiction…:-)
29 Agosto 2008
Commento di nicole
“Ho pensato al mondo. Mi sono chiesto se tutto quello fosse già stato previsto. Quel soffiare sulla tazzina, quel silenzio. Le foglie di basilico. Mi sono chiesto se non fosse tutto parte di un ingranaggio. Ho detto: adesso mi alzo e, come niente, mi metto a preparare il pranzo. Non lo so, una cosa che non c’entri niente. Mi faccio la doccia nel lavandino. Ballo con lo spazzolone del cesso. Dai, una cosa qualunque che inceppi l’ingranaggio. Per vedere che succede. Uno dà per scontate tante di quelle cose”.
Nulla succede per caso…prova ad accanirti contro gli eventi e vedi cosa ti succede…a me è capitato tante di quelle volte….
Jung li definisce “sincronismi”
30 Agosto 2008