A scuola di giornalismo d’accatto/1

Per fare del pessimo giornalismo si può essere grandi giornalisti o, necessariamente, l’informazione d’accatto è appannaggio di modesti professionisti? Entrambe le risposte sono esatte, dunque per capire se dietro il solito articolo che ci lascia insoddisfatti c’è incompetenza e superficialità o l’abilità di un destro manipolatore, non possiamo che affidarci al nostro istinto. I passaggi chiave sono gli stessi: un titolo che susciti morbosa curiosità senza però creare scandalo; notizie possibilmente non verificate e non verificabili, fatte passare come assolutamente certe e raccontate con paternale preoccupazione, un tono sempre un gradino al di sopra del giusto distacco, totale assenza di approfondimento critico, numeri e dati difficilmente confutabili dal cittadino lettore, un certo grado di allarmismo, il politicamente corretto elevato a regola aurea, un secondo fine latente e mimetizzato. Che nel caso della grande penna è volontario e risponde a fini politici (in senso lato), o esigenze commerciali, mentre se si tratta di un modesto giornalista l’unico scopo - spesso involontario - è quello di conservare il proprio bel culetto sulla sedia del giornale, che a creare discussioni non si sa mai come va a finire, eppoi tengo famiglia.
Marketing, insopportabile marketing della notizia. Le dinamiche non si discostano affatto dal marketing tout court: far credere che gli interessi di venditore e cliente coincidano, suscitare una tensione emotiva che provochi un bisogno immediato, prospettare una soluzione. Che nel nostro caso può essere velata, implicita o rimandare alle risposte fornite dalla politica del governo in questione, qualsiasi esso sia. Un po’ più sofisticato, certo, ma in fondo la struttura non è troppo dissimile dalla memorabile scena del Monello di Chaplin in cui il bambino complice del padre vetraio ambulante, precede quest’ultimo tirando sassate alle finestre di strade dove, casualmente, transiterà Charlot provvidenzialmente munito di vetri di ricambio. Così si fa campagna elettorale sulla cronaca, così la cronaca appare sempre più invadente all’interno di un sistema informativo che assomiglia sempre più a una fabbrica del consenso. Prendiamo ad esempio l’articolo apparso su Repubblica.it: L’Europa invasa dalla cocaina. Un pout-pourri di luoghi comuni, numeri e dati buttati a casaccio, confusione. Disinformazione. Si inizia con un titolo allarmistico che ha oltretutto il difetto di riportare una non-notizia: il famoso “cane morde uomo”, che crea tensione ma non racconta nulla che già non sapessimo. Si passa poi alla redazione del pezzo. Magnifica: cocaina che piove sui nostri giovani, l’eroina che ritorna in auge, internet, il mefistotelico internet che apprendiamo essere diventato perfino spacciatore, le nuove generazioni portatrici del germe del vizio e della voluttà. Eppoi numeri, numeri e ancora numeri. Numeri a casaccio, decontestualizzati, usati come clave. Mai un approfondimento, mai una parola che possa infastidire l’italiano-medio-brava-gente che si presume legga l’articolo, inducendolo casomai a pensare, riflettere e, perché no, proporre una differente soluzione rispetto alla politiche repressive sciorinate dai nostri governanti (di entrambi i poli, pur se con differenze significative). Entriamo nel merito e facciamolo a gamba tesa: su quali diaboliche basi si possono stilare cifre così precise su un fenomeno sommerso? Non se lo chiede l’estensore, supponiamo non se lo chieda il lettore, ce lo chiediamo noi. Con quale criterio si fissano tabelle e percentuali che hanno la pretesa di essere esatte? Un sondaggio? A me e a nessuno dei miei conoscenti è mai venuto alcuno a chiedere: “scusi, lei si droga? Ah, bene. E, mi scusi, di quali droghe fa uso? Ha per caso pippato nell’ultima settimana? E nell’ultimo mese?”. Perché se lo facessero ognuno risponderebbe con sincerità, no? “Scusi, lei è un fottuto drogato di merda, reietto dalla società?”. “Ma certo!”. “Bene, grazie dell’informazione”. “Ma si figuri, se dovesse avere ancora bisogno sono a disposizione”… O forse alla nascita ci viene innestato un microchip che trasmette dati senza soluzione di continuità all’Osservatorio di Bruxelles. Perché altri modi non ne riesco ad immaginare. Tabelle stilate sulla base dei sequestri? Ok, e come conoscere con tale esattezza il target della droga requisita? Eppure qua i numeri si presentano con l’autorevolezza di una realtà oggettiva e come tale inoppugnabile. Mai un dubbio, mai una domanda. Realtà presentata in modo oggettivo e preoccupante: nelle nostre strade ci sono milioni di drogati, chiudetevi in casa e… la soluzione di cui sopra: sperate che i nostri salvatori in parlamento - in modo scandalosamente bipartisan - intensifichino il controllo delle nostre città. Che siano poliziotti di quartiere o militari in tenuta mimetica è la differenza di facciata tra centrosinistra (o sedicente tale), centro o destra. Poi il solito minestrone tra le differenti droghe: eroina, la “vecchia canna”, droghe naturali, droghe sintetiche, cocaina, anfetamine. Tutte uguali. Tutte droghe. E così leggiamo, con compunto stupore, che in Europa “71 milioni di adulti hanno fumato uno spinello nella loro vita”, e che, udite udite, “tra i 15 e i 34 anni il consumo di cannabis è ancora più alto”. Possibile che tali (e discutibilissime) cifre non inducano a un’analisi differente? Del tipo: se in un continente dove tutto sommato le cose funzionano decentemente così tanta gente fuma riuscendo a portare avanti una vita (sociale, sentimentale, professionale) soddisfacente, senza particolari conseguenze sanitarie, forse (dico forse, per carità, nulla che vada al di là del dubbio), forse fumare non è poi così grave. Forse si potrebbe anche smetterla con la caccia alle streghe. Forse rovinare la vita di una persona che si fa una canna non è la migliore delle politiche perseguibili. Dico forse, eh.
(to be continued)
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12 Novembre 2008