Meccanismi.

di stefano havana, 16 Febbraio 2009

Fili, cavi, pulegge, circuiti elettrici, meccanismi, ingranaggi, condotti, piastre. Che ne so come si chiamano queste cose. Sono le cose che fanno muovere altre cose. E’ la tecnica, l’ingegno umano che prende forma e sostanza e improvvisamente tira su una roba che prima non c’era. Io non ci capisco niente: a malapena so come si fa per chiamare un ascensore. C’è gente che si mette lì, prende in mano una cosa che non funzionava e come niente la rimette a nuovo. Fili, cavi, circuiti elettrici, bla bla bla: si mettono insieme, una accanto all’altra, queste cose tecnologiche, che non so come si chiamano, e semmai si alza un aereo in volo. Oppure gira il motore di una macchina. O che ne so, una calcolatrice restituisce il risultato giusto di un’addizione.

Adesso metto in mezzo un aereo. L’ho nominato, tanto vale che lo metta in mezzo. Dal finestrino di questo aereo, io vedo l’ala. Vedo sempre l’ala, dal finestrino degli aerei su cui volo. Deve essere uno di quei concetti relativi, avete presente? Mi capita di leggere un libro, per esempio, un libro famoso, e il giorno dopo mi sembra evidente che tutti quanti, in giro, stiano parlando proprio del mio libro. Capto conversazioni a caso e una su tre ha a che fare con quel cavolo di libro. Allo stesso modo io viaggio SEMPRE in corrispondenza dell’ala dell’aereo: mi convinco sia una cosa mia, una prerogativa, un segno del destino che nasconda un qualche significato, invece è un’illusione solipsistica. Altre dieci o venti persone, dipende dall’aereo, in quello stesso istante stanno pensando: ehi, che bello, sono proprio seduto sull’ala e tutte sono convinte di essere le uniche. La realtà è assai più triste e scontata di quanto possano portare a credere i nostri giri mentali. Comunque, com’è e come non è, io dal finestrino vedo l’ala e su questo non ci piove.

Viaggio da Roma a Torino e vedo l’ala.
Anche poco prima di atterrare, in quella fase terrificante di rallentamento e vuoti d’aria, in cui, ogni volta, sono convinto che morirò, se giro la testa, vedo l’ala.

(Apro e chiudo una breve parentesi per dire questo: scrivevo queste righe precedenti, e anche quelle successive, una manciata di giorni fa, da Torino appunto, 24 ore prima di riprendere l’aereo per Roma. Scrivendone, dovetti fermarmi qualche secondo a riflettere se fosse il caso o meno di scriverle davvero; soprattutto la parte relativa al terrore di morire durante la fase d’atterraggio. Mi sembra sempre, ogni volta che mi metto qui a scrivere qualcosa di “definitivo”, di starmene come a lasciare una specie di testamento: succede, a volte, su Internet, nei blog e vattelapesca. Dei tizi fanno un paio di battute sul fatto che l’indomani dovranno viaggiare in macchina, o in treno o in aereo e, tac, il giorno dopo quella macchina, quel treno o quell’aereo finiscono tragicamente in prima pagina su un giornale e tutti quanti piombano sul blog della povera vittima per cercare indizi di una predestinazione sovrannaturale nelle sue Ultime Righe. Perciò quando pochi giorni fa, mi ritrovai in punta di dita la frase sulla paura di morire durante l’atterraggio, dovetti seriamente interrogarmi sull’opportunità di lasciarla davvero per iscritto. Qualcosa si vede che mi spinse comunque a buttare giù il post, anche se poi non trovai più il tempo di finirlo: perciò eccomi qui adesso, a Roma, a casa, sopravvissuto ad un ennesimo atterraggio, a modificare qualche cosuccia qua e là a livello temporale rispetto al mio ultimo passaggio da queste parti, prima del decollo, per dare maggiore senso, che altrimenti non si capirebbe, e ad aggiungere questa parentesi che comunque sia vado a chiudere esattamente ora)

Il problema è questo: non sono un esperto di aerei, e va bene, però è sicuro che durante l’odiosissima fase dell’atterragio, c’è qualcosa sull’ala che si solleva, tipo i flap, o come si chiamano, e questo movimento scopre irreversibilmente il contenuto dell’ala stessa che altro non è - lo posso dire perché la vedo sempre, l’ala, quando mi capita di volare - se non un un nugolo incomprensibile di viscere elettriche e metalliche. Fili, appunto, cavi, pulegge, quadri elettrici, meccanismi, piastre. Roba da matti: una specie di intestino à la Robocop. D’accordo, volare su un aereo non è frutto di stregoneria, lo sappiamo tutti, però vedersi lì davanti agli occhi, già sgranati di loro, oppure serrati come prima di una puntura, tutte le volte che l’aereo atterra, la riprova assoluta che il motivo per cui siamo sospesi per aria è al 100% merito dell’uomo, delle sue mani e della sua logica, mani e logica, due cose, queste, che non sempre mi rendono orgoglioso di appartenere a questo particolare genere di forma di vita, ecco, concepire tale abominevole dato di fatto, proprio durante la fase di volo che odio di più, giuro che mi fa l’effetto di un giro nella casa dell’orrore. A costo di fare la figura del cretino, ammetto che se vedessi sotto l’ala che si apre, mentre l’aereo atterra, dei fulmini di energia, oppure Harry Potter, o ancora della polverina fosforescente griffata Maga Magò, me ne starei più tranquillo e una volta tanto riuscirei a non bagnare di sudore la copertina del libro che stavo tenendo in mano.

La questione del meccanismo è una tortura, per me. Non mi va di sapere le cose come funzionano, perché è come se, sapendolo, queste cessassero di funzionare. C’è una storia che dice che un calabrone, in realtà, non potrebbe affatto volare. E’ una questione fisica: pesa troppo. Però lui, il calabrone, questo non lo sa e allora vola. Che gliene importa? Il calabrone vola. Così io non vorrei mai avere a che fare col meccanismo: uno comincia con lo scoprire la cerniera dietro la schiena del mostro della palude e smette per sempre di credere ai film dell’orrore. Tanto per cominciare la gente si amerebbe meglio, gli uomini e le donne soprattutto, e più a lungo, se non passassero così tanto del loro tempo a cianciare del meccanismo del loro amore. Non è facile: in pochi ci riescono. Il problema è che a un certo punto può capitare di aprire gli occhi o di girare la testa dalla parte sbagliata ed ecco lì l’ala che si solleva a mostrare quei terrificanti cavi elettrici alla mercè del vento: in un attimo, il viaggio che era stato piacevole fino a quel momento, diventa un incubo e si dicono o si pensano cose che sarebbe stato meglio tenersi dentro, tipo che vorresti non aver MAI preso quell’aereo. Si sa come funziona: a un certo punto si finisce col litigare, a fine serata, nel buio dell’abitacolo dell’auto e il ritorno a casa è silenzioso, così silenzioso che nelle orecchie si sente nientr’altro che il ronzio degli ingranaggi. C’era anche prima, quel rumore, gli ingranaggi girano sempre, non si fermano mai, però è quando si spengono le risate o le cose da dire o gli entusiasmi, che diventa subito chiaro come alla base di tutto ci siano comunque e soltanto fili elettrici. Fragili, semmai soggetti a rotture. E’ impossibile riuscire a ignorare il meccanismo delle cose: quasi nessuno ci riesce e quei pochi, il più delle volte, sono calabroni.

  • Commento di Ornella

    Lo scopo della nostra vita quindi, è imparare ad essere calabroni? non sarebbe male riuscirci… ;-)
    Anche per me l’atterraggio e la parte più brutta del volo, ne ho talmente paura che mi è successo di ficcare le unghie sul braccio di che mi sta accanto!!!
    Ornella

    16 Febbraio 2009

  • Commento di il palombaro

    quanto è tutto vero quello che hai detto!

    16 Febbraio 2009

  • Commento di Pillow

    sì, sì, tutto bello, ma una sera di queste lo studiamo da vicino il meccanismo di rullaggio ed avvoltolaggio sostanze psico - attive in sfoglie sottili di cellulosa?!
    O fa troppo freddo?

    16 Febbraio 2009

  • Commento di aNDy cApp

    Mi fa pensare il fatto che io scelgo sempre il posto vicino all’ala perché sono quelli che hanno più spazio per le gambe. Speriamo di non rimanere fregato.

    @Pillow: freddo fa freddo è indiscutibile, però ci si può sempre coprire bene.

    16 Febbraio 2009

  • Trackback di L'Indignato

    Meccanismi capovolti (*)…

    Una goccia di stagno liquido - appena fuso dalla punta arroventata di un saldatore che viene utilizzato per saldare alcune minuscole e colorate resistenze in serie e un paio di condensatori sulla matrice di un circuito stampato - che……

    17 Febbraio 2009

  • Commento di Alberto Puliafito

    Be’, ho dato. Come promesso. Il risultato è sia su FB sia sul caro vecchio Indignato.

    17 Febbraio 2009

  • Commento di Emiliano

    Chi scrive “solipsistica” non dovrebbe lasciarsi andare con tanta leggerezza a commenti sdegnati sul “transeunte” wuminghiano… :D

    17 Febbraio 2009

  • Commento di maolina

    Io “funziono” come Alberto, e non come Stefano. Io scelgo sempre il posto vicino all’ala perché ha più spazio per le gambe, E perché mi rassicura vedere funzionare l’ala, con i suoi vecchi fili, i suoi polverosi bulloni, i suoi sportellini anneriti. Se qualcuno, un essere umano come me, l’ha progettata e poi montata, e un essere umano come me può comandarla dalla cabina di pilotaggio, bé, allora anch’io ho un minimo di controllo su quell’ala e su quel meccanismo, altrimenti magico, per cui un ammasso di ferraglia più pesante di un calabrone vola su nel cielo.

    21 Febbraio 2009

  • Pingback di noantri - Macchianera

    [...] C’è una storia che dice che un calabrone non potrebbe affatto volare. E’ una questione fisica: pesa troppo. Però lui, il calabrone, non lo sa. Che gliene importa? Il calabrone vola. [...]

    2 Luglio 2009

  • Commento di E[X]

    Non lo sopporto piu’ di sentire riportata la storia del calbrone tra l’altro riportata male. La storia vera’ e’ questa: applicando le equazioni dell’aerodinamica note 80 anni fa, ricavate dal volo degli uccelli, si scopre che il calabrone, a differenza degli aerei, e’ troppo pesante *per la sua apertura alare* e quindi non puo’ volare, ma siccome lui non lo sa, vola lo stesso. In realta’ l’aerodinamica ha fatto progressi nell’ultimo secolo e ora il volo del calabrone e’ perfettamente spiegato.

    2 Luglio 2009

  • Commento di cofano

    Cazzo se hai ragione. Per lo stesso motivo non voglio studiare di cinema, di letteratura, di arte: mi godo molto di più i film, i libri, i quadri.

    3 Luglio 2009

  • Commento di Pino

    la storia del calabrone è appunto una storia, una leggenda, fate voi se urbana o metropolitana
    anche perché se fosse vera chi l’avesse dimostrata arebbe come minimo rinomato, invece, pur essendo spacciata per “fisica” (scienza) è una storia orfana e per nulla veritiera

    5 Agosto 2009

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