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	<title>n o a n t r i - la factory del dissenso</title>
	
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	<description>La factory del dissenso</description>
	<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 23:55:11 +0000</pubDate>
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		<title>Perdio.</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Nov 2008 23:55:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandra</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[quotidianismi]]></category>

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Domani sarebbe stato il suo compleanno se soltanto, domani, si fosse svegliata, come ogni mattina. Pare avesse lasciato un messaggio sulla sua bacheca, il giorno prima di domani, scrivendo di farle gli auguri solo dopo la mezzanotte, che altrimenti, si dice, porti male. Domani sarebbe stato il suo compleanno se soltanto non avesse avuto un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1993 aligncenter" title="michelangelo-god" src="http://noantri.net/wp-content/uploads/2008/11/michelangelo-god.jpg" alt="" width="535" height="213" /></p>
<p>Domani sarebbe stato il <em>suo compleanno</em> se soltanto, domani, si fosse svegliata, come ogni mattina. Pare avesse lasciato un messaggio sulla sua bacheca, il giorno prima di domani, scrivendo di farle gli auguri solo dopo la mezzanotte, che altrimenti, si dice, porti male. Domani sarebbe stato il suo compleanno se soltanto non avesse avuto un malore nel corso della notte. Addormentarsi e non risvegliarsi più, domani, credo sia la migliore fine auspicabile per ciascuno di noi, o per lo meno per me, e forse anche per lei se soltanto non avesse avuto ventisette anni.</p>
<p>Non ci siamo mai frequentate durante il liceo, se non nel mentre di quelle mattinate scandite dal suono delle campanelle. Non credo di averla mai chiamata per chiederle i compiti, né di essere mai stata a casa sua, neanche per un compleanno. Nella rubrica del mio diario, alla pagina C-D, quando ancora il primo cellulare ce lo si regalava al compimento dei diciotto, non ricordo avessi segnato il suo nome, il suo numero di telefono o il suo indirizzo. L’ultima volta, credo di averla vista durante una di quelle prime cene che si organizzano subito dopo la maturità perché poi, io, a quelle successive non sono mai più andata.</p>
<p>Sono però andata in ospedale lo stesso giorno in cui le hanno dichiarato morte cerebrale e sono andata in chiesa lo stesso giorno in cui le hanno celebrato il funerale. Incontrarsi dopo tanti anni, noi, compagni di classe, lì, per lei, con gli sguardi commossi e i sorrisi spenti, beh, che dire, non c’è che dire. L’omelia l’ho ascoltata tutta, però. Come anche le altre volte. L’ascolto sempre, io, l’omelia, che sia un battesimo, una comunione, una cresima, un matrimonio o un funerale. Si nasce per Dio, si ama per Dio, si muore per Dio. Cambia l’evento, ma il fine è sempre lo stesso. Per Dio. Fine, ma anche ragione di tutte le cose: <em>Dio</em>.</p>
<p>Dio ha sempre <em>una ragione</em> per quel che accade. Dio ha sempre <em>la ragione</em> per quel che accade. Dio è la ragione per. Eppure, a me, così, pare troppo facile. O, forse, troppo difficile. Non so. Certo è che una ragione per quel che accade ce la si deve, comunque, dare. E fare. O no? Di necessità. Spontaneamente tendiamo ad intenzionare di significato quel che di volta in volta ci capita di vivere e questo prima ancora che il linguaggio intervenga, in un secondo momento, a dargli una configurazione di senso, più o meno condiviso, rimandando ad una spiegazione, che, alle volte, si racconta solo come finzione.</p>
<p>La morte, dicono, non è un problema, ma un mistero, perché non ha soluzione. Vero. Ma ha una ragione. C’è chi dice che è per il destino, chi per Dio, o comunque voialtri lo vogliate chiamare; chi per. Io dico che è per la precarietà del nostro esserci nel mondo, col nostro corpo proprio, che ad un certo punto moriamo. Per accidente o incidente che sia, ad un certo punto moriamo. Dice <strong>Epicuro</strong> che: “Ciò che è dissolto è insensibile e ciò che è insensibile non è niente per noi”. E infatti siamo noi, che intanto rimaniamo, a doverci dare e fare una ragione, la ragione, per quel che accade, che sia per il destino o per Dio o per chi vi pare, insomma.</p>
<p>Per Dio che l’ha chiamata accanto a sé, lassù, nell’alto dei cieli, a vivere per l’eternità, e proprio perché buona, generosa e cara, Dio l’ha chiamata accanto a sé, lassù, nell’alto dei cieli, a vivere per l’eternità. Questa è la ragione che ci hanno dato e che in tanti si sono fatti. Nobilita la morte e di certo facilita l’umana sopportazione di chi intanto rimane. Eppure, però, se io credessi veramente in Dio, sapere che è per Dio che è stata chiamata accanto a sé, lassù, nell’alto dei cieli, a vivere per l’eternità, proprio perché buona, generosa e cara, a me, e dico a me, farebbe, e non poco, incazzare. Altrochè, <em>perdio</em>.</p>
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		<title>Odio il posto fisso.</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2008 22:01:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>il pereira</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[quotidianismi]]></category>

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Avere un contratto a tempo indeterminato è il sogno di quasi tutti i ragazzi della mia età. Quando si superano i trentanni avere il posto fisso diventa il punto di partenza per realizzare sogni e desideri. Per costruirsi una vita da soli o con una compagna/o. Nella nostra società questo sogno è sempre più difficile da realizzare. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-1986" title="ufficio-ridotto" src="http://noantri.net/wp-content/uploads/2008/11/ufficio-ridotto.jpg" alt="" width="534" height="171" /></p>
<p>Avere un contratto a <strong>tempo indeterminato</strong> è il sogno di quasi tutti i ragazzi della mia età. Quando si superano i <em>trentanni</em> avere il <em>posto fisso</em> diventa il punto di partenza per realizzare sogni e desideri. Per costruirsi una vita da soli o con una compagna/o. Nella nostra società questo sogno è sempre più <strong>difficile</strong> da realizzare. L&#8217;età in cui si ottiene il contratto a tempo indeterminato tende ad alzarsi. E la situazione con la crisi in atto peggiorerà nei prossimi anni. Beato, dunque, chi lavora in un&#8217;azienda importante. Fortunato e felice chi può dire di avere un posto fisso o la ragionevole certezza che magari tra pochi mesi - è questo il mio caso se non accadranno catastrofi - metterà la firma sul tanto atteso contratto a tempo indeterminato. Queste erano fino a qualche tempo fa le mie convinzioni, le mie <em>pietre miliari</em>. Figuriamoci poi se uno - ed è questo sempre il mio caso - viene dal nulla, si è fatto da solo, <em>senza calci in culo</em>, senza raccomandazioni. La grande azienda, il contratto di categoria, l&#8217;incontro quotidiano con la grande imprenditoria italiana. Per mamma e papà sono diventato una sorta di <em>bandiera da sventolare</em> in faccia a tutti e tutto. Un lustrino dorato. Un orgoglio costato sacrificio, fatica e bocconi amari. Quante volte uscendo di casa mi hanno ripetuto: <em>&#8220;Mi raccomando calma, cerca di avere pazienza&#8221;. </em>E avevano ragione: il mio posto di lavoro è importante bisogna tenerselo stretto.</p>
<p>Poi però arriva il <strong>tarlo</strong>. Nella mia testa si è incuneato un <strong>dubbio</strong> che mi ha portato a delle  riflessioni, a pormi  delle domande. Mi sono impegnato tanto per sedere sulla scrivania dalla quale vi scrivo. Ho studiato molto, sono diventato un professionista qualificato nel mio mestiere. Nella mia azienda sono apprezzato per le mie qualità professionali, che mi dicono sia Quello che conta. Dopo tanti anni credo di aver dato tutto. Questo posto - qui da dove scrivo - si è preso i miei anni migliori. Più di quello che ho fatto non posso fare. Sì, l&#8217;entusiasmo non mi manca. Faccio il lavoro che ho sempre sognato. Ma qui, dentro queste mura, sento di aver dato e fatto il massimo. Mi rendo conto che il mio è lo <strong>sfogo</strong> di un momento seppur fortemente motivato. Ho lavorato a dei progetti importanti, li ho visti crescere, li ho seguiti come un padre innamorato segue i propri figli. E non vi sembri un esagerazione. Quando si fa un lavoro che si ama si vive con lui in perfetta simbiosi. Una parte di te stesso pensa sempre e solo alla adorata professione. Anche recentemente mi è capitato di andare a letto alle sei del mattino per poi tornare in ufficio alle 11. Una volta però, qualche anno fa, ci mettevo un entusiasmo diverso. Quando è iniziata questa avventura non sapevo dove sarei arrivato. Ora, invece, sono consapevole che davanti a me c&#8217;è solo la <strong>routine</strong>. Il posto fisso è routine e se potessi scegliere direi: <em>&#8220;Fanculo posto fisso. Non ti voglio. Non voglio te e le tue fottute certezze&#8221;. </em>Vorrei vivere sentendomi ogni giorno in bilico. Ho 31 anni, una laurea, sono iscritto ad un ordine professionale, non voglio vivere la mia vita sapendo che per i prossimi anni, per otto ore al giorno, sarà sempre la solita solfa. Vorrei poter vivere in un Paese dove fosse possibile cambiare lavoro ogni due/ tre anni. Vorrei che ci fosse un <em>Sistema Paese</em> in cui le persone come me, che si sono formate da sole, oggi seguano un progetto e poi una volta portato a termine con successo, si occupino di altro. Vorrei quella <strong>mobilità sostenibile</strong> che qualche anno fa mi faceva paura, mi metteva i brividi.</p>
<p>Oggi sono qui. Se facciamo bene, se a qualcuno piaccio, domani sarò da un&#8217;altra parte. Con nuovi colleghi, con una nuova situazione da affrontare, da gestire, da superare. Con nuovi obiettivi, nuovi stimoli. Vorrei una vita mai uguale a se stessa. Non il posto fisso, <em>fanculo</em> a lui e a quelli che mihanno fatto crescere con questo <em>mito</em>. Io voglio un vita piena di adrenalina. Una vita in cui ogni giorno mi metta e venga messo in discussione. Vorrei vivere sotto stress. Non voglio l&#8217;apatia del <em>&#8220;tanto se famo o non famo chi se ne accorge?&#8221;. </em>Sarebbe bello poter far parte di un <strong>mondo del lavoro</strong> in cui queste mie parole non restassero un semplice sfogo.</p>
<blockquote><p><strong>Il Pereira</strong> è da un po&#8217; di tempo un nostro attento e affezionato lettore. Qualche settimana fa ha raggiunto un importante traguardo professionale e così ha deciso di scriverci per raccontare le sue riflessioni personali in questa lettera. Le sue paure, le sue angoscie, i suoi timori e le sue aspettative sono quelle con cui tutti noi, almeno una volta, abbiamo convissuto. Se così non è, il dibattito è aperto.  <strong>[aNDy cAPp]</strong></p></blockquote>
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		<title>Paure metropolitane.</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Nov 2008 09:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aNDy cAPp</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[attualità]]></category>

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C&#8217;è una recente indagine del Censis che racconta di Roma, di come sia cambiata e di come siano cambiati i romani negli ultimi anni. Non esistono più i personaggi alla Poveri ma belli, ma solo persone più ciniche. Non che i romani non lo fossero già di natura, ma a quel cinismo sbarazzino si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1982 aligncenter" title="roma-notturna" src="http://noantri.net/wp-content/uploads/2008/11/roma-notturna.jpg" alt="" width="534" height="176" /></p>
<p>C&#8217;è una recente indagine del <strong>Censis</strong> che racconta di <strong>Roma</strong>, di come sia cambiata e di come siano cambiati i romani negli ultimi anni. Non esistono più i personaggi alla <em>Poveri ma belli</em>, ma solo persone più ciniche. Non che i romani non lo fossero già di natura, ma a quel cinismo sbarazzino si è aggiunto un egoismo che questa città non conosceva. E&#8217; Roma la città più impaurita del mondo: su dieci metropoli, gli abitanti della Capitale sono quelli che manifestano il più alto tasso di inquietudine esistenziale. &#8220;<em>Una paura figlia dei grandi eventi, dei mutamenti portati dalla globalizzazione, della crisi economica, delle violenze e di un crollo di fiducia nel progresso tecnologico, non più visto come portatore di benessere e tutela per tutti&#8221;</em>, almeno secondo il Censis.</p>
<p>Ecco i dati, che rendono la fotografia ancora più nitida: <em>&#8220;Quale sentimento descrive il suo rapporto con la vita?&#8221;</em>, a questa domanda il 46 per cento dei romani ha risposto l’<strong>incertezza</strong>, mentre il 12 per cento la <strong>paura</strong>. Il 58 per cento degli intervistati vive in una condizione di <strong>malessere</strong>, stato d’animo che non si riscontra in queste proporzioni nelle altre grandi città. Il dato più preoccupante riguarda le differenze tra generazioni: sarebbero proprio i giovani, nell&#8217;età compresa tra i 18 e i 29 anni, ad essere più sfiduciati. E le paure riguardano per lo più il timore di non essere autosufficienti. Il sindaco <strong>Alemanno </strong>ha commentato così l&#8217;indagine del Censis: <em>«Questa è la Roma che abbiamo ereditato dopo quattordici anni di centrosinistra. E&#8217; la Roma di Veltroni, è la Roma che dei gravi problemi rispetto alla sicurezza. Noi l’abbiamo sempre detto, prima in campagna elettorale e adesso. Ci hanno risposto che volevamo fare uno Stato di polizia, che volevamo enfatizzare la paura dei cittadini invece l’inquietudine c’è»</em>.</p>
<p>Ma non è solo questo, e lo scrivo da romano. Questa città <strong>odia</strong> come prima non aveva mai fatto. Odia il prossimo, ha paura del confronto. <strong>Odia se stessa</strong> e le sue mille sfaccettature. Roma non domina più le sue <em>contraddizioni</em>, vive di fasti che non hanno più motivo di esistere. Prendete il <strong>Colosseo</strong> e chiedete a qualsiasi romano cosa ne pensa. <em>&#8220;Ah, quanto è bello&#8221;.</em> Ma che ci facciamo? Niente. Lo distruggiamo giorno dopo giorno girandoci intorno con le auto. Fosse per me lo butterei giù. Tanto se deve stare in piedi solo per la <em>Via Crucis</em> a Pasqua o per il <em>Telecomcerto</em>&#8230;</p>
<p>E&#8217; la notte romana a fare paura: locali chiusi, lampeggianti che rincorrono disadattati, <em>pippati </em>al volante che schivano posti di blocco, extracomunitari che  ritrovano la strada di casa camminando nell&#8217;oscurità sul ciglio della strada, cornettari che abbassano le saracinesche, farmacie notturne che si contano sulle dita di una mano, risse in centro tra gruppi di 20enni. Il giorno non è che sia migliore: non si cammina più ovunque a qualsiasi ora, ma nessuno <strong>rinuncia</strong> alla propria automobile. Gli autobus sono pochi e non passano mai. Alle fermate, in mezzo alla carreggiata, la gente muore. Però si litiga per una precedenza o per un parcheggio in doppia fila. L&#8217;isteria guida le macchine e ci accompagna in ufficio. Non esiste più la Roma <em>statale </em>del secondo dopoguerra. I tempi di <strong>lavoro</strong> si sono dilatati, la corsa alla produttività ha reso il mercato del lavoro più insicuro. La concorrenza sfrenata e senza controllo ha provocato solo scarsa qualità dell&#8217;offerta. E i romani soffrono, sgomitano, odiano, si sentono sfruttati. <strong>Roma </strong>non è più una città aperta.</p>
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		<title>Tirarsi su.</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2008 01:49:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefano havana</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[quotidianismi]]></category>

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		<description><![CDATA[
Sapete, sono in depressione da derby. Mi fanno male le ossa, domenica notte non ho dormito. Il che si va ad aggiungere alla notte in bianco passata sabato, quindi fanno due. Non mi sono fatto la barba, ho cercato di stordirmi di alcol e, in generale, ho ripercorso tutte le tappe del perfetto depresso cronico. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1974 aligncenter" title="cera_una_volta_in_america" src="http://noantri.net/wp-content/uploads/2008/11/cera_una_volta_in_america.jpg" alt="" width="534" height="163" /></p>
<p>Sapete, sono in depressione da derby. Mi fanno male le ossa, domenica notte non ho dormito. Il che si va ad aggiungere alla notte in bianco passata sabato, quindi fanno due. Non mi sono fatto la barba, ho cercato di stordirmi di alcol e, in generale, ho ripercorso tutte le tappe del perfetto depresso cronico. Mi spetta di diritto. Me lo merito, d&#8217;essere depresso. Ho perduto un derby, che cazzo potrebbe succedere di PEGGIO nella settimana, fatta salva l&#8217;apocalisse, l&#8217;invasione dei cinesi e il fallimento di Facebook? Giusto ieri sera stavo al bar con Andy Capp, lui è romanista, quindi s&#8217;è parlato di derby: ho recitato a fondo la mia parte. E&#8217; venuto anche il nostro amico barista, anche lui romanista, edonista e tutte queste cose che finiscono con <em>-ista</em>. <em>Baptista</em>. E&#8217; venuto al tavolo. Al tavolo nostro e ha detto quelle cose che si devono dire in questi casi, guardando Andy Capp in un modo e me in tutt&#8217;altro. Perché <em>io</em> sono il laziale, ho perso il derby, quindi mi tocca rosicare. Sabato prossimo un caro collega della mia stessa sponda calcistica dovrà stare tutto il giorno al lavoro <em>in gonna</em>. Che bello, non vedo l&#8217;ora (bestemmia). Allora mia madre mi ha fatto <strong>il tiramisù</strong>. Perché sono figlio unico, viziato e perché ho perso il derby. La tecnica è: si vince il derby, si festeggia. Si perde il derby, ci si consola. Ci si tira su. Mi sono tirato su con il tiramisù. La depressione da derby si può curare con il tiramisù, certamente. Anche con altre cose, ma col tiramisù è meglio. Perché le altre cose, in genere, prevedono la presenza di terze persone e dopo che perdi un derby, e lo perdi <em>così</em>, l&#8217;ultima cosa che vorresti intorno a te è proprio la gente. Invece il tiramisù te lo mangi in santa pace e buonanotte ai suonatori.</p>
<p>Quando mangio un dolce, o roba simile, e sono un po&#8217; triste, il più delle volte, vai a capire perché, mi viene in mente la scena epocale, quella che per me è la più rappresentativa, di &#8220;<em>C&#8217;era una volta in America</em>&#8220;, quando l&#8217;amichetto di Noodles, quello che farà una brutta fine, aspetta che la mignottella del palazzo venga fuori per riscuotere il dazio che pretende per farsi sbattere come si deve, e cioè un dolcetto con la panna. L&#8217;amichetto di Noodles, lo vediamo, è una delle inquadrature più belle del film, si barcamena a lungo accovacciato sulle scale di legno vecchio, mentre aspetta la mignottella. E&#8217; emozionato per l&#8217;imminente esperienza sessuale ma soprattutto si gigioneggia con questa squisita pedina di scambio che gli è costata tutti i suoi risparmi. Infila un dito nella confezione, ne tira via un po&#8217; di panna, si lecca il dito fin dentro l&#8217;unghia lercia, poi si ferma, si guarda intorno: non è altro che un ragazzino americano in piena Depressione economica, coi calzonini corti e la giacca con le toppe sui gomiti. Quel dolcetto cui sta anelando è destinato alla mignottella del palazzo, che si chiama Peggie ed è grassoccia, con le gote sempre rosse e un po&#8217; maiala dentro: infatti finirà, tanti anni dopo, a fare la puttana d&#8217;alto bordo, nei locali bene, quelli dove la gente andrà a bere il whiskey nelle tazze da latte per fuggire dal proibizionismo. Che sequenza: lui non può mangiarselo. Lo deve dare a Peggie. Perché Peggie, in cambio, farà quello che deve fare. Solo che non resiste. Non può riuscire in un atto di tale eroismo. C&#8217;è fame in America, insieme ai coltelli a serramanico e alle prime note jazz di Tin Pan Alley. C&#8217;è tristezza. La gente tira avanti come può. Anche la gang di Noodles fa quello che può. E&#8217; una scena che mi fa impazzire: il ragazzino non sa resistere, piano piano la fame e la gola prendono il sopravvento sulla lussuria e la curiosità sessuale. Le dita affondate nella panna diventano due, poi raddoppiano. La confenzione viene aperta con una cura da maniaco seriale, prima un lato, poi l&#8217;altro, infine gli altri due. La lingua sulle labbra. Lui lo sa, il ragazzino lo sa che sono tempi difficili e che anche lui farà una brutta fine. Dev&#8217;essere per questo, almeno è l&#8217;opinione che io mi sono fatto, se fatalmente decide di cedere alla tentazione e si fa fuori il dolcetto destinato a Peggie con una voracità improvvisamente coraggiosa. Perché quando uno ha poco, il minimo indispensabile, impara a concentrarsi sul presente e campa felice. Fa una scelta saggia: se anche noi, ogni tanto, ci ricordassimo che è giustappunto verso una fine comunque ingloriosa che corriamo, può darsi che passeremmo molto più tempo a mangiare dolcetti che invece dovremmo serbare, piuttosto che angustiarci l&#8217;oggi impedendoci di fare qualsiasi cosa in nome di un domani che non si capisce bene quand&#8217;è che arriverà (arriverà?). <em>Si tira su</em>. L&#8217;amichetto di Noodles. E&#8217; quello che fa. Si regala una manciata di secondi di pura goduria, rinunciando alle poppe rigonfie e bianche di Peggie che quando finalmente esce, infatti, sulla soglia, con i merletti e i boccoli al posto giusto, non ci trova più nessuno sulle scale, solo briciole di un antico dolciume che qualcuno aveva comprato per lei.</p>
<p>Adesso, mentre scrivo, la depressione da derby è quasi passata. Resta qualche scoria. Per esempio, al momento, non posso vedere scene di calcio in televisione. Penso che sia come uno shock. Non riesco a sopportare gente che si divora gol su gol davanti alla porta senza mettermi a strillare contro i fantasmi come certi reduci dal Vietnam. In questo senso Facebook aiuta: sono già due giorni che ce ne diciamo di tutti i colori sulle rispettive &#8220;<em>bacheche</em>&#8220;, così quando ci vediamo parliamo di altro, semmai il discorso esce, certamente, non si può dire che l&#8217;amichetto di Noodles non pensasse <em>anche</em> alle poppe di Peggie, mentre scartava il dolcetto, però si riesce a resistere, ecco. Viene più facile <em>farsi tirare su</em>. Certo, i derby non dovrebbero esistere. Li dovrebbero abolire. Pure quando si vincono, e bene, magari con un gol da leggenda allo scadere, sono assai di più le cicatrici sul cuore che i sollievi sull&#8217;anima: tutte quelle ore che hai passato angosciato in attesa del fischio d&#8217;inizio e via dicendo, quelle, che vinci o che perdi, comunque vanno in cassa, ti fottono, ti restano addosso, ti lasciano stordito per giorni, a volte mitigate dall&#8217;entusiasmo del successo, più spesso avvelenate dal peso della sconfitta. Non so adesso, non saprei dirlo, non ci riesco proprio, se l&#8217;amichetto di Noodles, vivendo ancora quel poco che gli fu dato di vivere, valutò d&#8217;aver fatto bene a tirarsi su con il dolcetto lì sulle scale o se, magari, dopo tutto, alla fin fine, non abbia rimpianto le poppe di Peggie rimaste schiacciate nel reggiseno. Vallo a capire. Era il 1922, la Roma <em>manco era nata</em>.</p>
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		<title>L’ottavo giorno.</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 00:55:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>harlot</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Ho sempre avuto un rapporto piuttosto conflittuale con il Supremo Dirimpettaio, al secolo Dio. L’ho sempre accusato di essere un mattacchione, un Demiurgo piuttosto sbadato, impreciso e pasticcione. Il classico studente che ha grandi potenzialità (quasi infinite, oserei direi), ma che non si applica. Uno dei suoi errori più grandi è quello di aver dato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-1062" title="Dio" src="http://www.laprivatarepubblica.com/wptest/wp-content/uploads/2008/10/ottavogiorno.jpg" alt="" width="448" height="295" /></p>
<p>Ho sempre avuto un rapporto piuttosto conflittuale con il Supremo Dirimpettaio, al secolo Dio. L’ho sempre accusato di essere un mattacchione, un Demiurgo piuttosto sbadato, impreciso e pasticcione. Il classico studente che ha grandi potenzialità (quasi infinite, oserei direi), ma che non si applica. Uno dei suoi errori più grandi è quello di aver dato all’Uomo, la sua creatura preferita, il libero arbitrio. Gran cosa, certo, se non fosse utilizzata esclusivamente per vincolarsi ancora di più, per erodere lentamente le libertà civili, per mettere telecamere dappertutto (prossimamente anche in bagno) e per cercare di irregimentarsi in forme di controllo sempre più striscianti e subdole.</p>
<p>Il primo esempio che mi viene in mente? La Bibbia. Grande opera scritta a più mani, piena di bellissime illustrazioni, avvincente, politicamente scorretta, dura, satirica, dotata di grande invettiva, senza peli sulla lingua, piena di denunce sociali. Un fantastico esempio di letteratura sci-fi che ha avuto un singolare destino: essere scambiato per il verbo di Dio. Se è scritta, come fa ad essere il Verbo, cioè la parola? Misteri della fede che nemmeno la commissione parlamentare sulla P2 ha saputo fugare.</p>
<p>Ho sempre provato ad inchiodare Dio alle sue responsabilità, ma non ci sono mai riuscito, non sono un prete pedofilo nè un banchiere dello Ior. Però qualcuno, coraggiosamente, ci ha provato. Qualche tempo fa, infatti, un senatore statunitense ha proposto <a href="http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/esteri/causa-dio/causa-dio/causa-dio.html">un’ingiuzione a Dio</a> per cercare di dargli una regolata. E’ risaputo che Dio, e non l’uomo, ha sulle sue possenti spalle una comprovata storia di paura, terrore e minacce. Alluvioni, terremoti, guerre, disastri naturali, massacri, genocidi, la televisione, il giornalismo, Mani Pulite, il Natale, la fame, la povertà, i neonati malformati, il movimento pro-life, i derivati, il signoraggio, la mafia e le toghe rosse.</p>
<p>Purtroppo Ernie Chambers, questo il nome del prode senatore, non ha trovato un giudice nel Nebraska - stato comunque creato da Dio: il tutto era falsato, in perfetto stile Dio, sin dall’inizio. La sacrosanta ingiuzione è stata respinta con una motivazione che definire pretestuosa equivale a dire che D’Alema è un politico di razza la cui carriera è costellata di successi: Dio non ha una fissa dimora. L’Onnipotente non ha un indirizzo, è un apolide, un senza dio. Niente di più errato. Questo è un chiaro errore giudiziario mosso da intenti politici, mistici e religiosi - fossi nel senatore Chambers, farei approvare in fretta e furia una legge Cirami al Congresso e farei spostare il processo a Brescia per legittima suspicione.</p>
<p>Tutti credono che Dio abiti - o meglio, aleggi come motore immobile, creatore di tutte le cose - in Vaticano, dove, guardacaso, risiede anche il suo portavoce ufficiale, incaricato di spargere il suo Verbo in tutto il globo terracqueo. E’ altrettanto risaputo che i seguaci del Superiore hanno l’immunità totale, grazie a trattati di ogni genere, al di là del Tevere. Si dirà: dunque anche Dio ha l’immunità! No. Se Dio possiede il dono dell’ubiquità (che tra l’altro si è regalato da solo), potrebbe annidarsi ovunque; potrebbe essere, ad esempio, dentro la testa di Kissinger, nel microfono dei giornalisti Rai o nel decreto di rigetto del giudice del Nebraska.</p>
<p>Dio è talmente potente che non ha bisogno di corrompere i giudici nè di farla franca grazie ad un vuoto legislativo (<em>trading in influence</em>) dovuto alla mancata recezione della convenzione ONU contro la corruzione. Del resto, l’ha riconosciuto lo stesso senatore: “La conseguenza di questa decisione è che viene riconosciuta l’onniscienza di Dio. Quindi, se è vero che sa tutto, deve anche essere a conoscenza di questa causa”. Appunto: mandare l’ingiunzione al Creatore è una pura formalità, nel senso che sicuramente verrà respinta. Dio è insieme il giudice, la sentenza e la legge. Senza indirizzo. Nessuno e trino.</p>
<p>Comunque, se proprio devo dirla tutta, la decisione del Supremo Giudice non mi ha sorpreso più di tanto: come si fa a dar ragione ad un negro?</p>
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		<title>Il gioco.</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 22:01:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefano havana</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[quotidianismi]]></category>

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Per 80 euro, solo per 80 euro, io ho leccato il culo di un vecchio. Se non mi sbaglio, il qui presente Andy Capp, per qualcosa in meno di 30mila euro una volta ha mangiato un vasetto intero di senape. Ho amici che per circa 400mila euro si sono fatti sodomizzare da Sandro Ciotti, Bruno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1958 aligncenter" title="clint-eastwood-il-buono" src="http://noantri.net/wp-content/uploads/2008/11/clint-eastwood-il-buono.jpg" alt="" width="534" height="173" /></p>
<p>Per 80 euro, solo per 80 euro, io ho leccato il culo di un vecchio. Se non mi sbaglio, il qui presente Andy Capp, per qualcosa in meno di 30mila euro una volta ha mangiato un vasetto intero di senape. Ho amici che per circa 400mila euro si sono fatti sodomizzare da Sandro Ciotti, Bruno Pizzul e Lando Fiorini. Credete a me se vi dico che un insospettabile professionista, nel settore della legge, per meno di un milione di euro ha mandato giù senza problemi un intero sterco di essere umano: stiamo parlando almeno di 200 grammi di merda prelevata con le mani, infilata in bocca, masticata e deglutita. Tutto sta, ve lo dico io che lecco il culo ai vecchi per 80 miseri euro, ma lo stesso potrebbero fare le persone di cui vi ho detto, tutto sta ad immaginarvi <em>dopo</em>, nel momento esatto in cui un funzionario addetto all&#8217;operazione vi gira sul tavolino la ventiquattrore di pelle ricolma di danaro. E&#8217; un metodo infallibile. Tu puoi star lì a mangiare la merda di un tizio, ma è alla valigetta coi soldi che pensi: è l&#8217;unico sistema. Altrimenti tutto il resto ha il sopravvento, è chiaro. Chi è che mangerebbe un intero barattolo di senape, per giunta al termine di un pasto già lauto? Nessuno! Solo un pazzo, un idiota oppure <em>un genio</em> che, in cambio, ha stipulato un accordo da 30mila euro. Valgono bene una vomitata a spruzzo al leggero retrogusto di senape 30mila euro o dico male? Un mio collega per 250mila euro ha praticato sesso orale a un ottuagenaria ricoverata in un centro di igiene mentale: non deve essere stato facile ma, per dio, chi non farebbe cosa per mettere il culo sulla Porsche dei propri sogni? L&#8217;unico problema è che adesso l&#8217;ottuagenaria accampa delle pretese e lui ha finito le scuse (in più non c&#8217;è più nessuno a pagarlo tanto per quello). Conosco chi, per soli 150mila euro, ha <em>rifiutato </em>di scopare con Elisabetta Canalis: giuro. Lei era lì, consenziente e bellissima, in guepierre e decolleté di vernice nera, capelli boccolosi appena lavati, ciglia allungate dal rimmel e smalto rosso in coordinato su tutte e 20 le unghie. Stesa a pancia in giù sul letto, le labbra gonfie e umide pronta ad accoglierlo. Per tutto il tempo necessario e anche di più. A quanto posso immaginare non deve essere stato facile, ma con quella cifra lì, 150mila euro, in seguito, questo tale ha comunque avuto modo di dimenticarla, la Canalis in guepierre e compagnia bella.</p>
<p>Non so perché succeda, non so nemmeno se sia esclusivamente una cosa da maschi, ma arriva a un certo punto della serata, fatidico, <em>il</em> <em>Gioco</em>. Uno si mette lì a immaginare di farsi sodomizzare dalle persone più atroci, ricoprire delle sostanze più viscose e putride e il tutto per cifre sproporzionate e irrifiutabili. E&#8217; molto divertente, certe volte io proprio non mi riesco a contenere dal ridere. Tempo fa un tale mi chiese quanti soldi volessi per masturbare Maurizio Costanzo: ammetto di aver sparato molto alto. MOLTO alto. Vorrei vedere voi al posto mio cosa avreste fatto. Ricordo molto bene di quando sfidai un gruppo di amici. Si era alla fine di una cena e c&#8217;erano tutti i piatti con dentro rimasugli di cibo e un sacco di cerchietti bagnati sulla tovaglia. Dissi: &#8220;Per 5 milioni di euro, permettereste che TUTTI quelli che vi conoscono avessero la certezza inconfutabile che voi siate dei pedofili? Non lo siete, ok. Non lo siete assolutamente, non vi sto offrendo 5 milioni di euro per diventare degli schifosi pedofili. Vi sto pagando tanto perché tutta la gente che vi conosce abbia improvvisamente questa certezza, cioè che voi siate pedofili, anche se in effetti non lo siete. Accettereste?&#8221;. Sono molto orgoglioso e fiero di questa mia cosa. Perché ad oggi, nessuno che io conosca ha accettato. E giuro che sono arrivato a cifre considerevoli, 10 milioni di euro, anche. Solo un mio carissimo collega, al quale arrivai ad offire 20 milioni, rispose: &#8220;Senti, io starei in pace con la mia coscienza e con quei soldi potrei comprarmi tutte le amicizie che mi pare. Quindi accetto&#8221;. E&#8217; stato l&#8217;unico a fregarmi. L&#8217;unico a darsi una motivazione. Lo ammiro molto. In effetti è proprio così che funzionerebbe con 20 milioni di euro esentasse, in contanti, improvvisamente in tasca. E&#8217; la vita, come si dice, è il mondo, baby. Se non ricordo male per 800mila euro qualcuno di mia conoscenza ha fatto sesso per tutta la notte con il cadavere ancora caldo di un noto politico morto ammazzato durante gli anni di piombo. Non vi dirò mai chi.</p>
<p>La cosa che vorrei precisare, a questo punto, è che la cifra esatta offertami per leccare il culo a un vecchio è stata di 200 euro. Non 80. Il fatto è che il vecchio tu lo devi convincere a farsi leccare il culo, o mi sbaglio? Non è che in giro sia pieno di vecchi che non vedono l&#8217;ora di farsi leccare il culo dal primo che capita, a meno di essere veramente ma veramente molto fortunati. Perciò 120 euro vanno di &#8220;mancia&#8221;  al vecchio, il resto è incasso pulito. Capite a cosa riusciamo ad arrivare tra amici? Mica sto bluffando. Ci sono i testimoni, chiedete a loro: tutto questo discorso sui 200 euro, la mancia e la differenza, è stato affrontato in fase di dibattito. Fino a renderci tutti quanti conto che un vecchio, appunto, andava <em>convinto </em>a farsi leccare il culo e che, tutto sommato, 120 euro potevano essere sufficienti allo scopo. La prima volta quasi mi sentii male dalle risate: insomma me ne stavo lì al pub o chissà dove coi miei amici e si faceva <em>il Gioco</em> e al pensiero di un vecchio che rincasava la sera e diceva alla moglie: &#8220;Sai cara, ho incontrato un giovanotto distinto al ristorante che si è avvicinato e educatamente mi ha offerto 120 euro per leccarmi il culo&#8221;, ecco io, puntualmente, anche adesso che lo sto scrivendo, davanti a quest&#8217;immagine perdo il controllo e mi dimeno dalle risate. C&#8217;è un&#8217;altra cosa: l&#8217;offerta iniziale era ben più alta. Credo si sia partiti da almeno 20mila euro. A scendere. Il fatto è che a me sembrava ragionevole sempre: chi di voi non leccherebbe il culo di un vecchio per 20mila, o 18mila, o 10mila, o 5000 o perfino 1000 euro? Io sì. Anche per 800, 600, 300 e via dicendo. Per 50 no. Cazzo, a tutto c&#8217;è un limite. Minimo 80. Sotto la soglia degli 80 euro NETTI, non se ne parla nemmeno. Oh, intendiamoci: non mettetevi a pensare a un vecchio brutto e ripugnante, che diavolo. Uno con la cataratta e la tosse. Pensate a un vecchio come Clint Eastwood, come Paul Newman, pace all&#8217;anima sua, per carità, sono soltanto esempi, non mi permetterai mai di offrire 120 euro a Clint Eastwood per convincerlo a farsi leccare il culo. Mettiamo che poi dovesse accettare, come potrei ancora parlare in quei termini di &#8220;Mystic River&#8221;?</p>
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		<title>Il mio sabato, la mia vita.</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Nov 2008 22:01:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>uno senza quatrini</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[factory del dissenso]]></category>

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		<description><![CDATA[
Continuo a recarmi in quel villone all’Olgiata ogni stramaledetto sabato. Lei mi aspetta, anzi, lei aspetta l’amico simpatico di mamma, che la prende e la porta in giro. Bello no? La sera, torno a casa, dopo una giornata passata a ridere e a giocare in una delle tante di ville di Roma, e a godere dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-1896" title="luna-e-fata" src="http://noantri.net/wp-content/uploads/2008/11/luna-e-fata.jpg" alt="" width="530" height="240" /></p>
<p>Continuo a recarmi in quel villone all’<strong>Olgiata</strong> ogni stramaledetto sabato. Lei mi aspetta, anzi, lei aspetta l’amico simpatico di mamma, che la prende e la porta in giro. Bello no? La sera, torno a casa, dopo una giornata passata a ridere e a giocare in una delle tante di ville di Roma, e a godere dei suoi sorrisi. Dio, quando le faccio il s<a href="http://noantri.net/wp-content/uploads/2008/11/luna-e-fata.jpg"></a>olletico lei muore dalla risate ed io mi <em>piscio</em> sotto. Torno ad essere quel cretino di uomo che davanti ad un figlio non vede altro che il desiderio di ridicolizzarsi, giocando a fare lo scemo, il <em>supereroe</em> o cose del genere. Bello no?</p>
<p>Il mio monolocale è sempre quello: luci basse, un piccolo frigo, il solito vecchio PC e quella tuta interamente nera. Lei mi dice che <em>sembro un ladro</em>, incredibile davvero. Bello no? Mi guardo intorno e non ho più amici, solo colleghi, però ancora trovo il tempo per sedermi davanti agli improbabili quadri della <em>mia pittrice</em>, e bermi una sana ed onesta birra ghiacciata accompagnata da un <em>joint</em> di prima qualità, beh in quello non si lesina. Bello no? La mia bimba mi abbraccia quando mi vede e mi dice <em>&#8220;giochiamo al gioco delle coccole?&#8221;.</em> Bello no?</p>
<p>Di solito mi sveglio la mattina presto, quando il sole non ci pensa nemmeno a sorgere. Sai la forza dell’abitudine, lì di ore di sonno se ne fanno ben poche. Preparo l’indispensabile, portafogli, chiavi, penna, telefonino e abbonamento Atac. Me ne vado a lavorare e nel lungo tragitto che mi separa dall&#8217;ufficio, mi piace guardare le persone che mi circondano, mi piace immaginare le loro occupazioni, penso tra me e me: <em>ma quello &#8216;ndò va?</em> , oppure, <em>e quella vecchietta simpatica, alle 6 di mattina, già va a fare la spesa</em>. Ripenso spesso ai colloqui che faccio in metro con <strong>gli amici dei 50 secondi</strong> (quantifico il tempo delle chiacchierate in metro più o meno così), poi arrivo al lavoro, alla <em>supermegaditta</em> che alla fine mi fa campare - neanche malaccio - calcolando che 9 anni della mia vita li ho passati in università (degli altri 4 lasciamo perdere). Aspetto silenziosamente e a testa bassa come un mulo le sei della sera. Sì, alle sei tutti a casa. Tragitto inverso, poi fermata, <em>biretta</em> e il cerchio si chiude ancora in quel monolocale. Ah sì, ceno pure. Non è che sia un grande cuoco, però mi diletto un po’. Un giorno taglierò l’aglio come in quel <em>vecchio film</em>. Però farlo a casa mi sembra ancora un po&#8217; strano. Bello no?</p>
<p>A volte penso che difficilmente sentirò dire: <em>&#8220;ti voglio bene Papà mio&#8221;. </em>Resterò  sempre e solo l’amico simpatico di mamma. Certe volte me ne convinco pure io. Poi penso dentro di me che la mamma, la sua mamma, è stata anche mia moglie: ci siamo amati, forse ci amiamo ancora, ci siamo divertiti, abbiamo fatto le 6 di mattina a vedere vecchi film d’amore o di guerra, abbiamo fumato erba insieme, abbiamo pagato un mutuo, abbiamo litigato, abbiamo pianto quando lei è nata&#8230;<br />
Poi torno giù, nel baratro, dopo pochi e lucidissimi istanti di speranza.</p>
<p>Ieri mi è arrivato un mms, la foto era quella di una bimba sorridente, la mia biondina… sotto c&#8217;era la frase <em>&#8220;un sorriso per te&#8221;.</em> Ho pianto. E&#8217; quello che mi rimane ora. Solo tanto pianto. La mia coscienza, quella che mi dà la forza per scrivere invece che distruggermi, mi convince che un giorno mi arriverà un mms con scritto: <em>&#8220;papà quando mi vieni a prendere?&#8221;</em> e vedrò lei, ancora vestita con la sua tutina jeans e le sue scarpette rosa…<br />
E io sarò sempre più <strong>innamorato della luna</strong>.</p>
<blockquote><p>Vi ricordate del nostro amico <strong>uno senza quatrini</strong> e della storia che ci raccontò qualche tempo fa? Da qualche giorno ha ricevuto un&#8217;altra lettera di quel suo amico <strong>innamorato della Luna</strong> e ha deciso di postarla sulla nostra<strong> factory del dissenso.</strong> Per chi volesse, <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://noantri.net/2008/06/06/innamorato-della-luna/" target="_blank"><strong>qui il post dell&#8217;altra volta</strong></a></span>. Il tema è ancora quello dell&#8217;amore per i figli e del dolore nel non potergli stare accanto. <strong>[aNDy cAPp]</strong></p></blockquote>
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		</item>
		<item>
		<title>A scuola di giornalismo d’accatto/2</title>
		<link>http://noantri.net/2008/11/12/a-scuola-di-giornalismo-daccatto2/</link>
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		<pubDate>Tue, 11 Nov 2008 22:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emiliano</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[factory del dissenso]]></category>

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		<description><![CDATA[
(continua da qui)
Dicevo del pessimo giornalismo, della totale assenza di approfondimento critico dei giornalisti italiani e del marketing della notizia. Avevo fatto l&#8217;esempio dell’articolo apparso su Repubblica.it: L’Europa invasa dalla cocaina. Ora facciamo un passo avanti.

&#8220;In Europa nell&#8217;ultimo anno hanno sniffato quattro milioni di persone&#8221;. Hanno sniffato cosa significa? Perché la differenza tra chi ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoBodyText" style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1952 aligncenter" title="megafono-medio" src="http://noantri.net/wp-content/uploads/2008/11/megafono-medio.jpg" alt="" width="534" height="216" /></p>
<p class="MsoBodyText" style="0cm 0cm 10pt;"><em>(continua da <a href="http://noantri.net/2008/11/10/a-scuola-di-giornalismo-daccatto/" target="_blank"><strong>qui</strong></a>)</em></p>
<p class="MsoBodyText" style="0cm 0cm 10pt;">Dicevo del pessimo giornalismo, della t<span class="apple-style-span"><span>otale assenza di approfondimento critico dei giornalisti italiani e del marketing della notizia. Avevo fatto l&#8217;esempio del</span></span><span class="apple-style-span"><span>l’articolo apparso su Repubblica.it: <strong><a href="http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/cronaca/ue-cocaina/ue-cocaina/ue-cocaina.html?ref=search">L’Europa invasa dalla cocaina</a></strong></span></span><span class="apple-style-span"><span>. Ora facciamo un passo avanti.<br />
</span></span></p>
<p class="MsoBodyText" style="0cm 0cm 10pt;"><span class="apple-style-span">&#8220;In Europa nell&#8217;ultimo anno hanno sniffato quattro milioni di persone&#8221;. Hanno <em>sniffato</em> cosa significa? Perché la differenza tra chi ha tirato una striscia, UNA, magari in un&#8217;occasione speciale, e chi si inonda di coca abitualmente è abissale. Abissale e devastante, e mettere tutto nello stesso calderone è una <strong>cialtroneria giornalistica</strong>. Mettiamola sul piano del paradosso: nell&#8217;ultimo mese milioni di giovani hanno fatto uso di alcol. Significa che negli ultimi 30 giorni milioni di giovani hanno consumato una birra alla spina o che si sono scolati una bottiglia di Whisky al giorno? Passiamo poi al successivo capolavoro: quello sui pusher on-line. &#8220;Secondo gli esperti le boutique in rete specializzate in droghe sono in costante aumento&#8221;. Esperti? Boutique in rete? Per un attimo ho creduto di avere le visioni, poi ho strabuzzato gli occhi e, no, era tutto vero! Ma dove si è mai vista una <strong>boutique on-line di droghe</strong>? Certo, con servizio a domicilio per il quale occorre inserire tutti i propri dati: nome, cognome, indirizzo e, ovviamente, numero di carta di credito. Ma veramente qualcuno può credere a simili panzane? E continua: &#8220;spesso vendono prodotti non ancora illegali&#8221;, ergo <strong>legali</strong>. Quindi nulla di differente da supermercati, vinerie, bar, farmacie e una serie piuttosto lunga di eccetera. O no? Ma il genio non è pago: &#8220;spesso i prodotti vengono falsamente definiti naturali per sfuggire all&#8217;occhio delle autorità&#8221;. Certo, io mi apro un sito in cui pubblicizzo cocaina boliviana, ma siccome appongo la diceria &#8220;naturale&#8221; il commissario Zenigata ci casca. Ma è La Repubblica o il Corriere di Topolinia? Se fossi un poliziotto dell&#8217;antidroga mi sentirei offeso e querelerei l&#8217;estensore dell&#8217;articolo. Il capolavoro viene però ora: &#8220;le nuove frontiere della droga offerte da Internet riguardano anche le chat, dove ci si può raccontare le diverse esperienze&#8221;. Per cui? Propongo di parafrasare le scempiaggini riportate: le nuove frontiere della droga offerte dalla telefonia riguardano anche i cellulari, attraverso i quali ci si può raccontare le diverse esperienze. Fa una qualche differenza il mezzo usato? Io proporrei un organismo di controllo per verificare che quanto raccontato in chat, ogni singola parola, sia conforme agli adeguati standard di moralità. Lo proporrei se non avessi il fottuto timore che qualcosa di simile già esista. Infine, gli unici numeri che, se non fossero approssimativi, potrebbero avere reale valore giornalistico perché riscontrabili nei bilanci ufficiali: &#8220;in Italia la droga costa allo Stato 6,4 miliardi di euro l&#8217;anno. Il 43% viene impiegato in repressione, il 27% in servizi sociali&#8221;. Così, senza battere ciglio apprendiamo che <strong>la spesa per la repressione ammonta a circa il doppio rispetto a quella per i servizi sociali</strong>. Ogni commento diventa perfino offensivo dell&#8217;umana intelligenza. Ma resta un dilemma: calcolatrice alla mano 43 più 27 dà 70. E il rimanente 30 percento? Semplice, &#8220;il resto in perdita di produttività da parte dei tossicomani&#8221;. Immagino la perizia con cui si è giunti a questo ultimo, illuminante, dato statistico. Solo il messaggio è chiaro: zitto e lavora. Anzi produci! Ne è passato di tempo da quando Ferretti e Zamboni cantavano <em><strong>produci, consuma, crepa</strong></em>, eppure&#8230; </span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span class="apple-style-span"><span style="12.0pt;">A ben vedere andiamo oltre il marketing, qui si entra nel campo dello spaccio autentico, lo <strong>spaccio di notizie</strong>, per giunta tagliate male. Sarebbe curioso capire, in termini di produzione, a quanto ammonta il danno procurato da un simile modo di fare giornalismo. Quanti tra i nostri giovani nell&#8217;ultimo mese hanno fatto uso di informazioni simili, quale la percentuale di persone che hanno <strong>sniffato disinformazione</strong> o <strong>fumato notizie false e tendenziose</strong>? Questa è la domanda che si dovrebbero porre i sudditi di un Paese che un rapporto dell&#8217;associazione statunitense Freedom House ha collocato al <strong>77° posto</strong> (a proposito di numeri e dati) <strong>nella classifica delle libertà di stampa</strong>, e definito il nostro sistema d&#8217;informazione &#8220;parzialmente libero&#8221; (<a href="http://www.freedomhouse.org">www.freedomhouse.org</a>). </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span class="apple-style-span"><span style="12.0pt;">Torniamo ora al quesito iniziale: abilità manipolatoria di un&#8217;ottima penna o semplice mediocrità? La risposta, ripetiamo, è nella sensibilità del lettore. Un consiglio però non lo lesiniamo: non ci si faccia mai ingannare dall&#8217;autorevolezza di una testata perché in diversi ambienti, e quello del giornalismo urla al cielo il diritto di far parte di questa triste schiera, in diversi ambienti <strong>la mediocrità somma punti a favore di una carriera</strong>. Porre quesiti o addirittura mettere in discussione (ovvero: pensare, riflettere) un articolo incaricato da un caposervizio spesso, molto spesso, non viene considerato un arricchimento del punto di vista redazionale, o un interessante spunto di approfondimento. Si è piantagrane, rompicoglioni, e basta. Soprattutto se si trovano criticità in argomenti sui quali vige una sorta di pacificazione nazionale bipartisan. E la droga è uno di questi. Se si obietta spesso ci si sente rispondere: questo è ciò che vuole la gente. Ed in fondo è vero, perché il lettore medio, quello che sposta l&#8217;equilibrio del voto da un polo all&#8217;altro, quello che conta nei sondaggi, vive in una continua dicotomia: da una parte vuole vivere in una <strong>società asettica</strong>, un mondo cloroformizzato, gli piace sentirsi costantemente al sicuro da drogati, ubriachi, schiamazzatori notturni, graffitari, puttanieri, ultras, extrracomunitari e compagnia cantante. Dall&#8217;altra, però, ama <strong>guardare nel buco della serratura</strong>, ha bisogno di riempire morbosamente la propria vita con deviazioni e disavventure altrui. Per questo la <strong>cronaca</strong> mette tutti d&#8217;accordo: soddisfa il voyeurismo piccolo borghese della &#8220;gente&#8221;, aiuta a vendere i giornali, crea il giusto allarmismo pubblico per governi sempre più autoritari, per un sempre maggior controllo delle libertà individuali. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span class="apple-style-span"><span style="AR-SA;"><em>Ho finito</em>, vado a vomitare.</span></span></p>
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		<title>I patetici minorati.</title>
		<link>http://noantri.net/2008/11/11/i-patetici-minorati/</link>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 22:01:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>stefano havana</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[factory del dissenso]]></category>

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		<description><![CDATA[
Oggi, però un anno fa, moriva Gabriele Sandri per mano dell&#8217;agente della polizia stradale Luigi Spaccarotella, tuttora in libertà, sotto scorta, protetto, nonché regolarmente al suo posto di lavoro. Oggi, però un anno fa, moriva assassinato un giovane incensurato. Oggi, dopo un anno, non c&#8217;è stata ancora giustizia.
Qualche sera addietro mi sono innervosito. Ho avuto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1921 aligncenter" title="reuters141427871610192512_big" src="http://noantri.net/wp-content/uploads/2008/11/reuters141427871610192512_big.jpg" alt="" width="535" height="176" /></p>
<p>Oggi, però un anno fa, moriva <a href="http://www.gabrielesandri.it" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Gabriele Sandri</strong></span></a> per mano dell&#8217;agente della polizia stradale <strong>Luigi Spaccarotella</strong>, tuttora in libertà, sotto <em>scorta</em>, protetto, nonché regolarmente <a href="http://iltempo.ilsole24ore.com/adnkronos/?q=YToxOntzOjEyOiJ4bWxfZmlsZW5hbWUiO3M6MjE6IkFETjIwMDgxMTA2MTAyMzUyLnhtbCI7fQ==" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"><strong>al suo posto di lavoro</strong></span></a>. Oggi, però un anno fa, moriva assassinato un giovane incensurato. Oggi, dopo un anno, non c&#8217;è stata ancora giustizia.</p>
<p>Qualche sera addietro mi sono innervosito. Ho avuto come una crisi, mi è venuto un dolore allo stomaco che non vi dico e quella sensazione di freddo alle mani: sono fatto così. Somatizzo molto, se non sfogo. Siccome ero da solo, per di più dentro casa, quindi non certamente nella condizione migliore di mettermi a urlare o picchiare un sacco, non sono riuscito a sfogare come volevo, perciò ho cominciato a sentire tutta una serie di dolori poco simpatici. Naturalmente poi è passata. Comunque il motivo di questa specie di crisi nervosa che mi ha preso era dovuto al commento che un certo <a href="http://www.cabaretbisanzio.com/autori/pettinelli" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Luca Pettinelli</strong></span></a>,<strong> </strong>così si è firmato, quindi immagino sia sia il suo nome, ha lasciato in calce <a href="http://noantri.net/2008/10/03/giustizia-per-gabriele/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"><strong>a un mio vecchio post</strong></span></a> sulla vicenda Sandri e che ho pubblicato anche su un altro blog, <a href="http://www.cabaretbisanzio.com" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Cabaret Bisanzio</strong></span></a>. Ora ve lo faccio leggere, il commento:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Non che la cosa reclamasse la pena capitale, ci mancherebbe, ma il “giovane che grondava vita e passioni”, se non erro finì in tribunale perché grondava armi improprie fuori dallo stadio di San Siro. Se poi vogliamo parlare dei suoi compagni di merende…<br />
Non è la prima volta che difendi questi patetici minorati cercando di farne figure a metà tra Robin Hood e Jesse James, mi chiedo quale soddisfazione ne tragga. E te lo dice uno che non alcuna simpatia per la gestione dell’ordine pubblico in Italia (né per la grandissima parte dei gestori), ma per me il nemico del mio nemico non è mio amico. Non so, magari dipende dal fatto che non ho più 15 anni. Negli stadi ci sono stato anch’io, parecchie volte e in mezza Italia: non raccontiamoci puttanate. Sai benissimo cosa succede dentro e fuori ad opera di quella gente quindi non cercare di farne un angelo caduto perché si finisce inevitabilmente nel ridicolo.<br />
E risparmiati tutti quei “NOI”: io non ho niente da spartire con uno che fa del tifo calcistico una delle sue ragioni di vita, si prende a cinghiate con altri cretini negli autogrill e incontra uno ancora più fuori di testa che si esibisce nell’unico tiro disgraziatamente riuscito della sua vita.<br />
Lutto cittadino, camera ardente, applausi, guerriglia urbana, personalità, inchieste, libri, spillette (”Siamo tutti Gabriele Sandri”, sembra una barzelletta di cattivo gusto ma non lo è). Ma che, stiamo scherzando? “Una morte assurda”. Perché, venire falciati a un incrocio da un pazzo che brucia un semaforo rosso a 120 non è una morte assurda? E facciamogli il funerale di stato, che diamine. E le migliaia di morti sul lavoro? Quei poveracci che crepano di stenti in mezzo al mediterraneo fuggendo da guerre e miserie? Per quelli niente Vip coi mazzi di fiori? Niente spillette? Niente cassonetti bruciati?<br />
Ma non vi è rimasta un po’ di decenza?</p></blockquote>
<p>Non è stato facile per me, leggere questa <em>cosa</em>.<br />
La prima reazione impulsiva è stata quella di spaccare la scrivania con la fronte, tanto per dirne una. Ma poi, grazie anche ad alcune persone intelligenti, tra l&#8217;altro responsabili del suddetto sito, <strong>Cabaret Bisanzio</strong>, mi sono riuscito a calmare e ho analizzato più a fondo il commento del signor Pettinelli, arrivando alla fine addirittura a compatirlo, a capirlo, proprio come facilissimo sarebbe giustificare il massacro di una gazzella da parte di una tigre. E&#8217; la natura. La tigre non può esimersi dall&#8217;essere predatrice. Quelli come Pettinelli non si possono esimere dall&#8217;essere quello che sono. &#8220;<em>Il giovane che grondava vita e passioni</em>”, con le virgolette del caso, tanto per prendere la distanze e far capire che Sandri, secondo Pettinelli, tutto era <em>tranne</em> un giovane che, appunto, grondasse vita e passioni, (bisognerebbe capire COSA, per Pettinelli, era Gabriele Sandri) questo modo di scrivere, il sottotesto che il signor Pettinelli ha voluto inserire nel suo commento, che altro è se non la chimica dello stesso seme che ha indotto l&#8217;agente Spaccarotella a premere sul grilletto? Superficialità, accanimento, stupidità, atroce violenza. Manicheismo esasperato. Io/loro. Che altro è se non questo? Quando poi aggiunge, Pettinelli, la frase: &#8220;<em>Finì in tribunale perché grondava armi improprie fuori dallo stadio di San Siro</em>&#8220;, ricordandosi però di aggiungere il salvagente bucato del: &#8220;<em>Se non erro</em>&#8220;, come se uno che passasse sul corpo di un ragazzo giovane con il proprio SUV e insistesse anche in retromarcia, potesse poi scendere dal veicolo e dire a braccia aperte: &#8220;Voleva rubarmi la macchina. Se non erro&#8221;; quando dice così, Pettinelli-se-non-erra<em>, </em>dimostra di poter essere un teste importante da invitare a processo, perché evidentemente in possesso di informazioni riservate che potrebbero gettare una luce diversa sull&#8217;inchiesta. Del tipo: Gabriele Sandri, forse, era Chuck Norris?</p>
<p>&#8220;<em>Se poi vogliamo parlare dei suoi compagni di merende…</em>&#8220;, aggiunge ancora Pettinelli, dall&#8217;alto del suo non si sa bene cosa. Dopodomani mattina, presso l’<strong>Ospedale Bambin Gesù</strong> di Roma, grazie al grandissimo lavoro e alla meravigliosa unione  di questi &#8220;<em>compagni di merende</em>&#8221; si costituirà ufficialmente il <strong>Gruppo Donatori Sangue</strong> intitolato proprio a <strong>Gabriele Sandri</strong>, il giovane assassinato di cui si sta parlando che Pettinelli descrive nel suo commento come un &#8220;<em>patetico minorato</em>&#8220;. C&#8217;è chi si dà da fare e chi sbrana gazzelle. E&#8217; l&#8217;ordine naturale delle cose e non siamo niente noi per poterci fare qualcosa. <strong>*</strong></p>
<p>Non so se mi state seguendo. Spero quantomeno che tutto questo sia sufficiente per spiegare i motivi della mia crisi nervosa. A un anno da quell&#8217;omicidio, senza la parvenza di una giustizia, è difficile sentire chicchessia affermare che difendere la memoria di Gabriele Sandri non è &#8220;<em>decente</em>&#8220;, soprattutto se questo qualcuno, cioè Pettinelli Luca, nel suo commento pubblico, si mette poi a fare tutte delle acrobazie tirando in ballo il numero di gente che muore quotidianamente sul lavoro, di quella falciata sulle strade, o annegata nel tentativo di fuggire &#8220;<em>da guerre e miserie</em>&#8220;, come a voler dire che quella sì che sarebbe da difendere. Lo sdoganamento delle morti bianche, la strumentalizzazione degli incidenti stradali o la banalizzazione della tragedia dell&#8217;immigrazione clandestina, non lo so io che altro dovrebbe essere se non un patetico tentativo di bullarsi della misura del proprio pisello in una palestra di eunuchi. E&#8217; chiaro che fa effetto. Mi pare scontato. Ci vuole poco.</p>
<p>Questo succede se la morte di un ragazzo innocente non viene fatta seguire dalla giustizia. Succede che un anno trascorre e certa gente comincia a dimenticare. Ammesso che abbia mai saputo. Comincia a farcire i propri ragionamenti, le proprie accuse di &#8220;<em>Se non erro</em>&#8220;, perché tanto, dire di un ragazzo morto che FORSE andava in giro con armi improprie (sic) quando invece non è vero, a distanza di un anno dal fatto, non fa più tanto scandalo, anzi. Non ce l&#8217;ho mica con Pettinelli Luca. Gli ho anche dato il mio numero di cellulare perché potessimo sentirci e parlarne. Ma, serve che lo dica? Figuriamoci. Luca Pettinelli è quello che è, pensa quello che pensa e ognuno è libero di farsi rinchiudere nella gabbia dello zoo che preferisce. Anche io sono dentro una gabbia. Nessuno è libero. Ce l&#8217;ho con quello che succede quando passa un anno e quel proiettile sta ancora infilato dentro la gola dell&#8217;assassinato. Ce l&#8217;ho con il &#8220;<em>Pettinellismo</em>&#8220;, se riuscite a capire cosa intendo. Potremmo anche chiamarlo &#8220;Kdirerdfdheismo&#8221;, o una cosa qualunque. Luca mi ha solo dato il &#8220;la&#8221; per poterne parlare. Ce l&#8217;ho con quella cosa che succede, per cui a un certo punto, rialzatosi il polverone, si possono liberamente cominciare a definire i morti &#8220;<em>patetici minorati</em>&#8220;. Ce l&#8217;ho con il meccanismo che l&#8217;ingiustizia innesca per cui, dopo 12 mesi in cui tutto quello che s&#8217;è fatto dell&#8217;omicida è stato dargli una scorta, protezione, e un buon posto di lavoro, diventa possibile, <em>accettabile</em>, fare dell&#8217;ironia su un giovane morto. Ce l&#8217;ho con l&#8217;ingiustizia, non con Luca Pettinelli. Ce l&#8217;ho col tempo che passa, al limite, perché 1 + 1, dopo un anno, può anche darsi che faccia 3 e allora, se l&#8217;assassino dell&#8217;assassinato non c&#8217;è, <em>non esiste</em>, è libero, è impunito, chissà, potrebbe passare il concetto che il giovane assassinato si sia ammazzato <em>da solo</em> o che, comunque, avesse un ottimo motivo per morire assassinato (&#8221;<em>Grondare</em>&#8221; di armi improprie, per esempio, sempre &#8220;<em>Se non erro</em>&#8220;). E&#8217; un po&#8217; l&#8217;eterna storia de &#8220;<em>L&#8217;hai ammazzato tu con il tuo sasso</em>&#8221; o giù di lì, per chi vuole capire, è il solito giro che fa la verità, quando i colpevoli svaniscono in una bolla di omertà e ingiustizia. E&#8217; quello che succede: serpeggia il &#8220;<em>Pettinellismo</em>&#8220;, una purea di <em>spocchia e arroganza</em> (&#8221;Come non si vede nemmeno al <em>Societé</em> il venerdì sera&#8221;, mi ha suggerito qualcuno più scaltro di me, dopo aver letto il commento del signor Pettinelli), un mix letale che ammazza i morti una seconda volta, che li dissotterra, li percuote e li seppellisce un&#8217;altra volta. E se pure questa è pornografia sentimentale, andatelo a raccontare alle madri viventi dei morti che sono morti così.</p>
<p>*<br />
<span style="text-decoration: underline;">[</span>L'espressione "<em>compagni di merende</em>" nacque in seguito alla reticenza di <strong>Mario Vanni</strong> nelle testimonianze da lui rese durante i processi di primo grado e di appello che vedevano imputato <span style="text-decoration: underline;"><strong><a class="mw-redirect" title="Pietro Pacciani" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Pacciani">Pietro Pacciani</a></strong></span> come responsabile dei delitti di otto coppie di giovani tra il 1968 e il 1985. Vanni disse di non sapere nulla di questo Pacciani, perché lui, al massimo, con Pacciani, soprannominato il Mostro di Firenze, ci aveva fatto <em>delle merende</em>. Siccome le parole sono importanti, importantissime, e addirittura <em>fondamentali</em> se si sta parlando di ragazzi innocenti MORTI, allora definire in tal modo Gabriele Sandri e "queeeelliiii coooomeeee Gaaabrieleeee Saaandriiiii" (i demoni? I romani? Tutti quelli che hanno nel nome una erre? I biondi?), usare toni del genere dovrebbe essere <em>sconsigliato</em>. A meno di voler assimilare un giovane incensurato morto mentre dormiva in macchina nell'area di sosta di un autogrill a un gruppo di vecchiacci toscani che andavano in giro per le campagne toscane a sterminare coppiette per motivi ancora da definire. Questa, a occhio e croce, è una pesante diffamazione. Perseguibile penalmente. Ma, abbiamo capito, la tigre sbrana gazzelle non per violenza fine a se stessa: lo fa perché non può fare altrimenti. Ognuno è quello che è. E allora va bene, giustifichiamo anche questa. In fondo è la natura, s'è detto. Se la tigre sbranasse gazzelle per fini ricreativi, noi tutti, animalisti e non, impiegheremmo poco per definirlo un animale "bastardo", "zozzo", "infame". Invece la tigre fa quello fa, e cioè sbrana per sopravvivere. E noi non possiamo fare altro che passare alla prossima gabbia dello zoo e metterci a guardare, che so io, le scimmie.]</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 90px;"><span style="font-size: x-small;"><em><span>_________________________________________________________<br />
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		<title>A scuola di giornalismo d’accatto/1</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Nov 2008 22:01:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Emiliano</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[factory del dissenso]]></category>

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Per fare del pessimo giornalismo si può essere grandi giornalisti o, necessariamente, l&#8217;informazione d&#8217;accatto è appannaggio di modesti professionisti? Entrambe le risposte sono esatte, dunque per capire se dietro il solito articolo che ci lascia insoddisfatti c&#8217;è incompetenza e superficialità o l&#8217;abilità di un destro manipolatore, non possiamo che affidarci al nostro istinto. I passaggi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: center;"><img class="size-full wp-image-1906 aligncenter" title="paper" src="http://noantri.net/wp-content/uploads/2008/11/paper.jpg" alt="" width="534" height="170" /></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span class="apple-style-span"><span style="12.0pt;">Per fare del <strong>pessimo giornalismo</strong> si può essere grandi giornalisti o, necessariamente, l&#8217;informazione d&#8217;accatto è appannaggio di modesti professionisti? Entrambe le risposte sono esatte, dunque per capire se dietro il solito articolo che ci lascia insoddisfatti c&#8217;è incompetenza e superficialità o l&#8217;abilità di un destro manipolatore, non possiamo che affidarci al nostro istinto. I passaggi chiave sono gli stessi: un titolo che susciti morbosa curiosità senza però creare scandalo; notizie possibilmente non verificate e non verificabili, fatte passare come assolutamente certe e raccontate con paternale preoccupazione, un tono sempre un gradino al di sopra del giusto distacco, totale assenza di approfondimento critico, numeri e dati difficilmente confutabili dal cittadino lettore, un certo grado di allarmismo, il politicamente corretto elevato a regola aurea, un secondo fine latente e mimetizzato. Che nel caso della grande penna è volontario e risponde a fini politici (in senso lato), o esigenze commerciali, mentre se si tratta di un modesto giornalista l&#8217;unico scopo - spesso involontario - è quello di conservare il proprio bel culetto sulla sedia del giornale, che a creare discussioni non si sa mai come va a finire, eppoi tengo famiglia. </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;"><span class="apple-style-span"><span style="12.0pt;">Marketing, insopportabile <strong>marketing della notizia</strong>. Le dinamiche non si discostano affatto dal marketing tout court: far credere che gli <em>interessi di venditore e cliente coincidano</em>, suscitare una tensione emotiva che provochi un bisogno immediato, prospettare una soluzione. Che nel nostro caso può essere velata, implicita o rimandare alle risposte fornite dalla politica del governo in questione, qualsiasi esso sia. Un po&#8217; più sofisticato, certo, ma in fondo la struttura non è troppo dissimile dalla memorabile scena del <em>Monello</em> di Chaplin in cui il bambino complice del padre vetraio ambulante, precede quest&#8217;ultimo tirando sassate alle finestre di strade dove, casualmente, transiterà Charlot provvidenzialmente munito di vetri di ricambio. Così si fa campagna elettorale sulla <strong>cronaca</strong>, così la cronaca appare sempre più invadente all&#8217;interno di un sistema informativo che assomiglia sempre più a una <strong>fabbrica del consenso</strong>. Prendiamo ad esempio l&#8217;articolo apparso su Repubblica.it: <strong><a href="http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/cronaca/ue-cocaina/ue-cocaina/ue-cocaina.html?ref=search">L&#8217;Europa invasa dalla cocaina</a></strong>. Un pout-pourri di luoghi comuni, numeri e dati buttati a casaccio, confusione. Disinformazione. Si inizia con un titolo allarmistico che ha oltretutto il difetto di riportare una non-notizia: il famoso &#8220;cane morde uomo&#8221;, che crea tensione ma non racconta nulla che già non sapessimo. Si passa poi alla redazione del pezzo. Magnifica: cocaina che piove sui nostri giovani, l&#8217;eroina che ritorna in auge, internet, il mefistotelico internet che apprendiamo essere diventato perfino spacciatore, le nuove generazioni portatrici del germe del vizio e della voluttà. Eppoi numeri, numeri e ancora numeri. Numeri a casaccio, decontestualizzati, usati come clave. Mai un approfondimento, <strong>mai una parola che possa infastidire</strong> l&#8217;italiano-medio-brava-gente che si presume legga l&#8217;articolo, inducendolo casomai a pensare, riflettere e, perché no, proporre una differente soluzione rispetto alla politiche repressive sciorinate dai nostri governanti (di entrambi i poli, pur se con differenze significative). Entriamo nel merito e facciamolo a gamba tesa: su quali diaboliche basi si possono stilare cifre così precise su un fenomeno sommerso? Non se lo chiede l&#8217;estensore, supponiamo non se lo chieda il lettore, ce lo chiediamo noi. Con quale criterio si fissano tabelle e percentuali che hanno la pretesa di essere esatte? Un sondaggio? A me e a nessuno dei miei conoscenti è mai venuto alcuno a chiedere: &#8220;scusi, lei si droga? Ah, bene. E, mi scusi, di quali droghe fa uso? Ha per caso pippato nell&#8217;ultima settimana? E nell&#8217;ultimo mese?&#8221;. Perché se lo facessero ognuno risponderebbe con sincerità, no? &#8220;Scusi, lei è un fottuto drogato di merda, reietto dalla società?&#8221;. &#8220;Ma certo!&#8221;. &#8220;Bene, grazie dell&#8217;informazione&#8221;. &#8220;Ma si figuri, se dovesse avere ancora bisogno sono a disposizione&#8221;&#8230; O forse alla nascita ci viene innestato un microchip che trasmette dati senza soluzione di continuità all&#8217;Osservatorio di Bruxelles. Perché altri modi non ne riesco ad immaginare. Tabelle stilate sulla base dei sequestri? Ok, e come conoscere con tale esattezza il target della droga requisita? Eppure qua i numeri si presentano con l&#8217;autorevolezza di una realtà oggettiva e come tale inoppugnabile. <strong>Mai un dubbio</strong>, mai una domanda. Realtà presentata in modo oggettivo e preoccupante: nelle nostre strade ci sono milioni di drogati, chiudetevi in casa e&#8230; la soluzione di cui sopra: sperate che i nostri salvatori in parlamento - in modo scandalosamente bipartisan - intensifichino il controllo delle nostre città. Che siano poliziotti di quartiere o militari in tenuta mimetica è la differenza di facciata tra centrosinistra (o sedicente tale), centro o destra. Poi il solito minestrone tra le differenti droghe: eroina, la &#8220;vecchia canna&#8221;, droghe naturali, droghe sintetiche, cocaina, anfetamine. Tutte uguali. Tutte droghe. E così leggiamo, con compunto stupore, che in Europa &#8220;71 milioni di adulti hanno fumato uno spinello nella loro vita&#8221;, e che, udite udite, &#8220;tra i 15 e i 34 anni il consumo di cannabis è ancora più alto&#8221;. Possibile che tali (e discutibilissime) cifre non inducano a un&#8217;analisi differente? Del tipo: se in un continente dove tutto sommato le cose funzionano decentemente così tanta gente fuma riuscendo a portare avanti una vita (sociale, sentimentale, professionale) soddisfacente, senza particolari conseguenze sanitarie, forse (dico forse, per carità, nulla che vada al di là del dubbio), forse fumare non è poi così grave. Forse si potrebbe anche <strong>smetterla con la caccia alle streghe</strong>. Forse rovinare la vita di una persona che si fa una canna non è la migliore delle politiche perseguibili. Dico forse, eh.</span></span></p>
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